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Lifestyle 4 min di lettura26 set

Il numero che ritorna: Presley Gerber e l’ombra del Club 27

La scomparsa del modello riporta al centro una leggenda nata dalle morti premature di alcune icone della musica e dal peso delle loro fragilità personali.

A raccontare quanto la dipendenza di Presley Gerber avesse coinvolto l’intera famiglia è stata Kaia Gerber. La sorella ha descritto il fratello come una persona in grado di trasformare la propria fragilità in uno strumento per aiutare gli altri a parlare con maggiore sincerità dei propri problemi.

Presley aveva affrontato pubblicamente depressione e dipendenze. In uno dei suoi interventi aveva definito il disagio psicologico «un lavoro 24 ore su 24, sette giorni su sette»; pochi mesi prima della morte, parlando di un trattamento a base di ibogaina, aveva scritto di avere finalmente guardato in faccia «ciò da cui stavo scappando» e di aver iniziato a «ritrovare la strada verso me stesso».


Una carriera iniziata da giovanissimo

Gerber aveva costruito il proprio percorso soprattutto nella moda. Arrivato molto presto sulle passerelle, era entrato nell’agenzia IMG Models e aveva lavorato per Moschino, prima di collaborare con Calvin Klein, Dolce & Gabbana e Celine.

La sua storia si sviluppava all’interno di una famiglia già celebre: era il figlio di Cindy Crawford e Rande Gerber, oltre che il fratello maggiore di Kaia. Cresciuto a Malibu e immerso fin dall’infanzia nell’ambiente dello spettacolo, non aveva però trovato nell’agiatezza una protezione sufficiente contro il malessere personale.


Il Club 27 è una costruzione culturale

L’espressione “Club 27” non indica un’associazione realmente esistita. È un’etichetta elaborata negli anni per riunire nella memoria collettiva musicisti morti a quella stessa età, spesso protagonisti di biografie segnate da sofferenze, abuso di sostanze e difficoltà familiari.

Tra i nomi più noti figurano Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain e Amy Winehouse. La loro vicinanza anagrafica ha favorito la nascita di un mito, anche se le vicende personali e le circostanze delle rispettive morti non furono identiche. La storia di Presley, inoltre, si distingue da quella di molti artisti associati al gruppo: non arrivava da un ambiente marginale né aveva conquistato il successo partendo da condizioni di povertà.


Jones e Hendrix, due destini spezzati

Brian Jones, tra i fondatori dei Rolling Stones, fu il primo nome generalmente collegato a questa lista. La sua adolescenza fu segnata da conflitti con la famiglia, difficoltà scolastiche e rapporti sentimentali complicati; quando contribuì alla nascita della band aveva già avuto tre figli da tre donne diverse. In seguito il successo aggravò dipendenze, problemi giudiziari e tensioni interne al gruppo. Il 3 luglio 1969 fu trovato senza vita nella piscina della sua abitazione nel Sussex, meno di un mese dopo l’uscita dai Rolling Stones.

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Jimi Hendrix aveva invece conosciuto un’infanzia povera e instabile a Seattle. La passione per la musica emerse quando ancora non possedeva uno strumento: da bambino simulava di suonare una chitarra usando una scopa e più tardi imparò su un vecchio ukulele dotato di una sola corda. La morte arrivò a Londra il 18 settembre 1970, quando aveva 27 anni, dopo l’assunzione di alcol e tranquillanti che gli provocò un conato fatale.


Janis Joplin e il peso dello sguardo altrui

Janis Joplin crebbe a Port Arthur, in Texas, in una famiglia della classe media. Da studentessa si distingueva per rendimento e interessi artistici, ma durante l’adolescenza iniziò a sentirsi estranea al proprio ambiente: l’acne, l’aumento di peso, l’abbigliamento e le posizioni favorevoli all’integrazione razziale alimentarono l’isolamento.

Dopo il diploma frequentò senza concluderli gli studi universitari tra Beaumont e Austin. Alcuni compagni arrivarono a candidarla per scherzo a un concorso dedicato all’“uomo più brutto del campus”, umiliazione che contribuì a rendere ancora più tormentato il rapporto con il proprio corpo. Il 4 ottobre 1970 fu trovata morta in una stanza del Landmark Motor Hotel di Hollywood per un’overdose di eroina; l’album Pearl sarebbe uscito dopo la sua morte.


Per Presley la causa resta da chiarire

Presley Gerber è morto domenica 20 settembre in una struttura per la riabilitazione di Santa Monica, in California. La polizia valuta l’ipotesi di un’overdose, ma l’accertamento definitivo non è ancora arrivato: l’autopsia è stata eseguita e saranno necessari altri esami.

Il riferimento ai 27 anni riporta così in primo piano una delle narrazioni più persistenti della cultura pop. Nel caso di Gerber, tuttavia, il dato anagrafico si accompagna a una vicenda diversa per contesto e biografia, segnata soprattutto dalla scelta di rendere visibile una lotta contro depressione e dipendenza che non è stata cancellata dalla notorietà della sua famiglia.

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