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Lifestyle 4 min di lettura16 ott

Il mantello dei figli forti: la lezione di Cecilia Fornaciari

Dalla ferita del tradimento paterno al lavoro sulle relazioni, Cecilia Fornaciari spiega come i ruoli assunti nell’infanzia possano accompagnarci fino all’età adulta.

Per Cecilia Fornaciari, l’approccio sistemico-relazionale è stato prima di tutto uno strumento per rileggere la propria vicenda familiare. Non più soltanto attraverso la domanda su chi avesse torto o ragione, ma osservando i ruoli, i confini e gli equilibri che si erano creati tra i suoi genitori e che avevano coinvolto anche lei.

Quella chiave di lettura, nata da una ricerca personale, è diventata poi il centro della sua attività nel campo della relazione d’aiuto. Il suo percorso professionale si concentra sulle dinamiche familiari e sui modi in cui, spesso senza accorgercene, continuiamo a ripetere ciò che da bambini ci ha permesso di affrontare il dolore.

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Le strategie che restano addosso

Una risposta appresa nell’infanzia può rivelarsi preziosa in una situazione difficile e diventare, anni dopo, un automatismo che limita la persona. Chi ha imparato a occuparsi degli altri rischia di sentirsi sempre responsabile del loro benessere; chi è cresciuto cercando di non creare problemi può arrivare a non esprimere più i propri bisogni.

Fornaciari invita però a non giudicare quelle reazioni con gli occhi dell’adulto. In origine erano forme di adattamento, tentativi con cui il bambino cercava sicurezza e stabilità. Il passaggio importante consiste nel capire se quel comportamento sia ancora necessario oppure se continui a governare la vita anche quando il pericolo non esiste più.

«Il ruolo aveva un senso allora, ma non deve necessariamente diventare il nostro destino», spiega Fornaciari, sintetizzando il significato del lavoro su di sé. La stessa logica riguarda il suo concetto di «mantello»: un’immagine per descrivere ciò che un bambino indossa quando si sente costretto a essere forte, a proteggere qualcuno o a mantenere unita la famiglia.


Quando il padre perde il piedistallo

Nella sua esperienza, la consapevolezza di quel ruolo è arrivata solo molto tempo dopo. Intorno ai 10 anni, la scoperta della relazione extraconiugale del padre ha modificato l’immagine dell’uomo che fino ad allora aveva idealizzato: colui che la portava nei musei e nei boschi e le aveva trasmesso la passione per la musica e l’arte.

A cambiare non fu soltanto il modo in cui guardava lui. La bambina si trovò esposta alla sofferenza materna e a informazioni sulla relazione tra adulti che non avrebbe dovuto sostenere. «Ho iniziato a guardare mio padre attraverso il dolore di lei», racconta, ricordando il passaggio dal padre vissuto come un supereroe all’uomo considerato responsabile della sofferenza della madre.

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La madre, nel ricordo della figlia, era una persona luminosa e piena di energia, ma anche bisognosa di conferme e segnata da una forte insicurezza. Fornaciari chiarisce di non volerla trasformare nella colpevole della propria storia: da adulta riesce a riconoscere le fragilità e le ferite che anche lei portava con sé. Da bambina, tuttavia, vedeva soltanto una madre in difficoltà e sentiva di doverle stare accanto.


Una figlia fuori dal proprio posto

Il tradimento rese evidente una frattura che, secondo la rilettura maturata negli anni, poteva essere già presente nella coppia. I genitori sembravano incapaci di incontrarsi davvero come adulti: da una parte il bisogno materno di essere scelta e rassicurata, dall’altra la difficoltà paterna nel comunicare ciò che provava, nonostante una natura romantica.

La bambina non poteva interpretare quella situazione come una complessa dinamica di coppia. La sua percezione era più immediata: la madre soffriva e qualcuno doveva proteggerla. Così si schierò dalla sua parte, assumendo un compito che le sottraeva la possibilità di essere semplicemente figlia.

Secondo Fornaciari, quando un minore si allea con uno dei genitori, i confini familiari si spostano. La figlia diventa ascoltatrice, mediatrice e contenitore emotivo; in cambio, rinuncia almeno in parte alla propria vulnerabilità. La casa, che dovrebbe consentire a un bambino di avere paura e chiedere aiuto, diventa invece il luogo in cui sente di dover reggere qualcun altro.


Dalla ricerca personale al lavoro

La storia di Fornaciari non si è sviluppata lungo una sola direzione. Ha studiato in ambito educativo, si è laureata al DAMS e ha lavorato nel giornalismo e nella produzione cinematografica. In esperienze diverse è rimasta però costante la curiosità per le persone e per il modo in cui ciascuno prende forma dentro i legami.

L’incontro con il counseling e con la prospettiva sistemico-relazionale ha trasformato quella domanda privata in una professione. Le relazioni, i lutti e la famiglia d’origine sono diventati materiali da osservare, non per costruire un’autobiografia, ma per comprendere quanto dei nostri comportamenti nasca da una scelta e quanto sia stato appreso come risposta alla necessità di sopravvivere emotivamente.

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