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Lifestyle 4 min di lettura2 ore fa

Il gioco che allena mente e relazioni: cosa accade costruendo

Tra mattoncini, tentativi e storie inventate, il gioco manuale sostiene creatività, autonomia, coordinazione e capacità di stare con gli altri.

Una casa può rappresentare la famiglia, una strada trasformarsi nello scenario di un’esperienza, pochi personaggi diventare protagonisti di una vicenda inventata. Quando costruisce, il bambino non si limita a manipolare oggetti: può dare forma a ciò che ha vissuto, modificarlo e osservarlo da una nuova prospettiva. Il mattoncino diventa così uno strumento per pensare, comunicare ed esprimere emozioni.

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Dal gesto nasce l’immaginazione

Il percorso comincia dall’esperienza fisica. Luisa Formenti, psicomotricista relazionale e fondatrice a Bologna di un centro dedicato all’età evolutiva, spiega che il bambino deve prima conoscere il proprio corpo e sperimentare l’ambiente che lo circonda. Solo in seguito può trasformare quell’esperienza in un progetto creativo.

Prima di ideare una macchinina o un edificio, deve capire che può spostare, combinare e orientare i pezzi. Non è un passaggio automatico: secondo Formenti, alcuni bambini davanti a diversi elementi non sanno da dove cominciare e si sentono disorientati. Un’esposizione prolungata a tablet e altri dispositivi può ridurre le occasioni per verificare concretamente come le proprie azioni cambino ciò che si ha intorno.

La motricità fine e la coordinazione tra vista e movimento svolgono quindi un ruolo decisivo. Scegliere un elemento, dosare la forza, sistemarlo nello spazio e farlo combaciare richiede una serie di decisioni, anche minime. «Il bambino impara lo spazio mentre lo attraversa e lo ricostruisce», osserva la psicomotricista: così nozioni come sopra e sotto, vicino e lontano, dentro e fuori vengono prima vissute e poi comprese.


Costruire significa anche raccontarsi

La costruzione non riguarda soltanto la complessità del risultato. Può generare ambienti e personaggi, consentendo al bambino di mettere in scena relazioni, timori, desideri e situazioni familiari. In questo modo l’attività manuale unisce sviluppo cognitivo, dimensione affettiva e capacità di entrare in rapporto con gli altri.

Formenti sottolinea che il bambino, attraverso la rappresentazione, non resta immerso in una situazione senza poterla controllare: la ricrea, la guarda dall’esterno e la cambia. Una storia inventata con pochi pezzi può quindi diventare un modo per rielaborare ciò che è stato visto o vissuto.

Anche la dimensione condivisa amplia le opportunità. Costruire insieme impone di ascoltare idee differenti, negoziare le scelte e arrivare a una soluzione comune. Poiché il fare non dipende da un unico codice verbale, può facilitare l’incontro tra bambini di età diverse, con stili cognitivi differenti o condizioni di neurodivergenza.


L’errore apre nuove strade

Il valore dell’attività non coincide con l’oggetto finito. Una torre che cede obbliga a rivedere il progetto, modificare l’incastro e provare un’altra possibilità. Anna Granata, pedagogista e docente di Pedagogia della relazione educativa all’università di Milano-Bicocca, considera proprio questo processo una palestra per affrontare i problemi: «Costruire significa progettare, pianificare, trovare soluzioni, affrontare un problema e anche fare i conti con l’errore».

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Il tempo lento consente di ripetere i gesti, concentrarsi e attendere che un’idea prenda forma. Granata invita a restituire all’infanzia questa possibilità, chiarendo che la lentezza non equivale a inattività, ma aiuta a sviluppare pazienza e capacità di perseverare.

La libertà resta altrettanto importante, soprattutto nei primi anni. I materiali dovrebbero lasciare spazio all’invenzione senza indirizzare il gioco in base al genere, all’età o alle condizioni psicofisiche. L’adulto può predisporre un ambiente sicuro e ricco di elementi, evitando però di trasformare l’esperienza in un esercizio con una risposta corretta.


I numeri raccontano un paradosso

Il valore attribuito dalle famiglie al gioco emerge dal LEGO Play Well Study 2026, indagine commissionata da LEGO e realizzata con un questionario rivolto a 45mila persone in 30 Paesi, tra genitori e bambini tra i 5 e i 10 anni. Il 94 per cento dei genitori lo considera essenziale per il benessere dei figli, mentre il 91 per cento gli riconosce un’importanza paragonabile a quella dell’istruzione formale.

Il tempo effettivamente trascorso insieme, però, rimane limitato: la media dichiarata è di 7,83 ore alla settimana e l’89 per cento dei genitori vorrebbe riuscire a giocare di più con i figli. È il “Paradosso del gioco”: la consapevolezza cresce, mentre gli impegni quotidiani restringono gli spazi disponibili.

Circa tre genitori su quattro temono che giocare troppo poco possa indebolire la creatività, le relazioni sociali e il benessere fisico e mentale. Tra i bambini coinvolti, il 76 per cento dice di avvertire pressione per la paura di sbagliare e l’87 per cento desidera che le proprie creazioni siano perfette prima di mostrarle.

L’indagine indica inoltre che, per l’89 per cento dei genitori, il gioco manuale sostiene l’inclusione e aiuta a comprendere meglio persone con abilità differenti. Le costruzioni, tuttavia, non devono essere contrapposte agli strumenti digitali: correre, esplorare, usare il corpo, inventare racconti e manipolare materiali sono linguaggi diversi, tutti utili a una crescita equilibrata.

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