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Lifestyle 2 min di lettura12 ore fa

Il caso Almese riapre la ferita: perché i falsi guru restano impuniti

L’arresto di Bruno Antonio Malatesta riporta al centro le denunce sulle comunità coercitive e l’assenza di una norma contro la manipolazione psicologica.

L’arresto di Bruno Antonio Malatesta, indicato come il capo della comunità di Almese, riaccende una domanda rimasta senza risposta: perché nessuno è intervenuto prima? Le accuse contro di lui riguardano violenze sessuali e psicologiche ai danni di bambine, ragazze e donne, ma i segnali d’allarme erano emersi già da anni.

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Una denuncia rimasta senza risposta

Una ragazza oggi ventisettenne ha scelto di raccontare la propria esperienza dopo l’arresto. Aveva iniziato a frequentare la comunità quando aveva 9 anni, inizialmente una volta alla settimana; due anni più tardi, secondo la sua testimonianza, la situazione sarebbe cambiata radicalmente.

La giovane ha descritto un ambiente in cui le adepte erano costrette a occuparsi dei lavori agricoli, delle pulizie e della cucina. Le donne avevano i capelli rasati e indossavano tuniche arancioni, mentre Malatesta avrebbe imposto umiliazioni, isolamento e divisioni tra i membri. «Mi ha separata da mia madre quando ero piccola», ha raccontato, spiegando che la madre era tra le persone tenute segregate.


Il libro che aveva già raccontato tutto

Le vicende della comunità non erano però rimaste completamente nascoste. Nel 2018 Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni pubblicarono Nella setta, un’inchiesta realizzata dopo l’ingresso in diverse comunità e gli incontri con adepti, ex membri e persone intenzionate a liberarsi.

Il volume dedicava ampio spazio anche alla realtà guidata da Malatesta e raccoglieva documenti e testimonianze sulle dinamiche interne. Il quadro descritto dagli autori comprendeva soprusi, abusi e forme di controllo capaci di annientare progressivamente la libertà individuale.

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Quattro milioni nella zona grigia

Secondo il libro, sarebbero circa quattro milioni gli italiani di ogni età coinvolti in contesti segnati da abusi e sopraffazioni. Non si tratta necessariamente di persone facilmente riconoscibili: tra loro, osservavano gli autori, possono esserci il commerciante conosciuto da tutti, chi lavora in un bar, una persona incontrata ogni giorno sui mezzi pubblici o persino il vicino di casa.

Il fenomeno si sviluppa in una fascia difficile da definire, sospesa tra l’adesione a un culto e la manipolazione mentale. Proprio questa area, viene sostenuto nell’inchiesta, resta priva di una disciplina sufficientemente chiara e lascia spazio a organizzazioni capaci di proteggersi anche grazie a collegamenti politici ed economici.


Il vuoto lasciato dal reato di plagio

La vicenda riporta infine al centro il tema del plagio, fattispecie penale cancellata dall’ordinamento italiano. La sua abolizione ha lasciato senza uno strumento specifico per intervenire nei casi in cui una persona venga sottoposta a un condizionamento psicologico profondo.

Il caso di Almese mostra così la distanza tra la possibilità di denunciare singoli comportamenti e la difficoltà di colpire il meccanismo complessivo di soggezione. Per chi è riuscito a uscire da queste comunità, il problema non riguarda soltanto il passato: resta anche la necessità di riconoscere prima i segnali e offrire una tutela concreta alle vittime.

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