Giulia Staccioli, la ferita dietro Aliena: «Ora mi metto al centro
Dalla ritmica alle Olimpiadi, fino alla danza e a Kataklò: l’artista racconta in un’autobiografia l’infanzia segnata dall’abbandono e il percorso verso una nuova consapevolezza
Per anni Giulia Staccioli ha costruito spettacoli mettendo al centro i suoi danzatori, le loro energie e il dialogo tra movimento e scena. Con Aliena, invece, ha scelto di esporsi in prima persona: il libro autobiografico scritto con Francesca Interlenghi accompagna il trentennale di Kataklò Athletic Dance Theatre e ripercorre una vita segnata dalla ginnastica ritmica, dalla maternità, dall’amore e da una profonda sensazione di estraneità.
Una bambina cresciuta ai margini
Staccioli è figlia dello scultore Mauro Staccioli e di Silvana. La sua nascita arrivò in un rapporto già complicato e, per molti anni, fu affidata ai nonni. Tra Sardegna, Toscana e Milano, l’infanzia si sviluppò in una casa frequentata da artisti ma percepita come povera di affetto. L’accento diverso, la mancata celebrazione del battesimo e quella condizione familiare contribuirono a farla sentire fuori posto.
«Da sola sto bene. Con gli altri, invece, mi sono sempre sentita sola», racconta nel libro. Solo con il tempo ha riconosciuto quanto l’essere stata definita, direttamente o indirettamente, una figlia non desiderata abbia lasciato una ferita. Le parole della madre sulla gravidanza e sulla sua nascita sono rimaste a lungo dentro di lei, fino a rendere necessario un percorso di terapia.
Il corpo sotto controllo
La ginnastica ritmica rappresentò inizialmente uno spazio di respiro e le permise di arrivare ai Giochi olimpici di Los Angeles 1984 e Seoul 1988. Ma quell’esperienza le mostrò anche il lato più duro della disciplina, soprattutto nel rapporto imposto con il peso e con il cibo.
«L’ossessione che ci inculcavano per il cibo è stata deleteria sia dal punto di vista fisico che psicologico», ricorda. Le atlete venivano pesate prima e dopo ogni allenamento, arrivando a quattro controlli quotidiani, mentre bere era vietato per evitare variazioni sulla bilancia. Una pressione che Staccioli considera dannosa sia per il corpo sia per la mente.
Dalla ritmica alla propria compagnia
La danza divenne il passaggio successivo e, in seguito, il linguaggio con cui trasformare la propria esperienza. Dopo aver danzato con Moses Pendleton, Staccioli ha assunto il ruolo di coreografa e ha fondato Kataklò, compagnia arrivata a celebrare trent’anni di attività. Nel nuovo spettacolo ha deciso di rendere visibile quella figura “aliena” che, secondo il suo racconto, l’ha accompagnata fin dall’inizio.
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La scelta di scrivere il libro è maturata proprio mentre lavorava allo spettacolo celebrativo. Per la prima volta, dopo tre decenni in cui si sono alternati danzatori e collaboratori, Staccioli ha riconosciuto di essere l’unico elemento rimasto costante nel progetto. Mettersi al centro della scena ha significato affrontare anche le parole “diversa”, “colpevole” e “incapace”, che nel testo compaiono come tracce di una consapevolezza costruita negli anni.
Maternità e legami da ricostruire
Diventare madre ha modificato il modo in cui Staccioli guardava alla propria storia. Con Andrea Zorzi, campione della pallavolo italiana, ha avuto Numa, oggi ventiseienne, laureato in fisica e impegnato negli studi a Parigi. La maternità, inizialmente ritenuta estranea alla sua natura, le ha imposto di misurarsi con una responsabilità intensa e con la difficoltà di conciliare lavoro, affetti e cura.
Il rapporto con Zorzi ha attraversato anche una separazione. In quel periodo, però, entrambi sono rimasti legati e non hanno costruito altre relazioni; amore, amicizia e fiducia hanno continuato a unirli fino alla decisione di tornare insieme. Staccioli ha cercato di non ripetere le dinamiche vissute nella famiglia d’origine e considera quel percorso ancora aperto, soprattutto sul tema del perdono verso i genitori e verso se stessa.
Anche il figlio ha risentito della separazione, benché da bambino si sia adattato alla nuova situazione. Per Staccioli è stato uno degli aspetti più dolorosi di quella fase. La maternità, così, è diventata anche un confronto diretto con l’abbandono vissuto da bambina e con il desiderio di interrompere una trasmissione familiare fatta di assenze e sofferenze.
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