Giulia Staccioli, il prezzo del successo e la rinascita dei Kataklò
Dalle Olimpiadi alle denunce di abusi, fino all’incontro con i Momix: la coreografa ripercorre una vita tra fragilità, libertà creativa e nuove sfide
A 62 anni Giulia Staccioli sceglie di raccontare anche la parte più dolorosa del proprio percorso. Nell’autobiografia Aliena, curata da Francesca Interlenghi e pubblicata da Maretti Editore, la fondatrice dei Kataklò ripercorre le pressioni vissute nello sport, le molestie subite durante la carriera e la depressione, senza separarle dai successi conquistati nel teatro-danza.
Il titolo del libro coincide con quello dello spettacolo realizzato per i trent’anni della compagnia. “Aliena” è la parola con cui Staccioli descrive una sensazione di distanza dai diversi ambienti attraversati, ma anche il modo in cui ha imparato a riconoscersi: un’identità fuori dagli schemi che, dopo molti anni, non cerca più di nascondere.
Il corpo sotto controllo, il silenzio sulle violenze
La ginnastica ritmica le ha dato una carriera internazionale, ma ha imposto regole durissime. Staccioli arrivò alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984 e a quelle di Seoul nel 1988; nel frattempo, il suo corpo era sottoposto a verifiche continue e a un regime alimentare estremamente restrittivo.
In un passaggio dell’autobiografia spiega che il peso veniva controllato quattro volte al giorno, mentre l’acqua era razionata: una sola bottiglia di sali minerali doveva essere condivisa da quattro atlete. Alta 1,73 metri, non poteva oltrepassare i 51 chili. “Ho accettato le restrizioni alimentari, le molestie, le vessazioni perché avevo paura di danneggiare quello che avevo costruito”, racconta, ricordando anche gli abusi fisici subiti da un medico durante la gestione di alcuni infortuni.
Quell’uomo, oggi scomparso, non fu denunciato. La ginnasta temeva di non essere creduta e descrive una condizione di paralisi e sconforto. Gli effetti di quelle privazioni, aggiunge, sono rimasti nel tempo, mentre le recenti denunce nel mondo della ritmica hanno riportato alla luce pratiche che, secondo il suo racconto, appartenevano già alla sua generazione.
Dopo Seoul, il vuoto da riempire
Conclusa l’esperienza olimpica, Staccioli rifiutò la possibilità di lavorare come assistente tecnica della Federazione Ginnastica. Al presidente Bruno Grandi spiegò: “Non potrò mai fare agli altri ciò che è stato fatto a me”. La scelta segnò la ricerca di una strada diversa, lontana dai metodi che aveva conosciuto da atleta.
Il passaggio fu tutt’altro che semplice. La ginnastica le aveva permesso di costruire disciplina e appartenenza, ma dopo Seoul arrivò una fase di smarrimento: terminata la carriera sportiva, dovette chiedersi quale direzione dare alla propria vita. Nel frattempo, proprio ai Giochi del 1988, aveva conosciuto Andrea Zorzi, campione della pallavolo e protagonista della Generazione dei Fenomeni.
La relazione iniziò lontano dai riflettori, nel periodo di massima popolarità della pallavolo. I due si sposarono a Volterra, arrivando alla cerimonia su una Topolino d’epoca. La comune esperienza agonistica li aiutava a comprendere allenamenti, trasferte e responsabilità, ma la forte determinazione di entrambi rese complessa anche la collaborazione nella gestione dei Kataklò.
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La coppia si è separata e in seguito riavvicinata. Il figlio Numa ha scelto un percorso diverso da quello materno: non ha studiato danza e oggi frequenta un dottorato in Fisica a Parigi.
Dai Momix alla libertà dei Kataklò
La svolta arrivò nel 1992, quando Staccioli entrò nei Momix, la compagnia statunitense diretta da Moses Pendleton. Per tre anni fu la prima danzatrice italiana del gruppo e partecipò a tournée in diversi Paesi, scoprendo una forma di movimento capace di fondere atletica, immaginazione e teatro.
L’esperienza le consentì di superare il rapporto rigido con il proprio corpo maturato nella ginnastica. Anche l’esibizione in topless rappresentò per lei la rottura di un limite, sostenuta da Zorzi nella scelta di trasferirsi negli Stati Uniti. Con Pendleton comprese che la preparazione ginnica poteva diventare una risorsa espressiva, non soltanto uno strumento per rispettare regole e misure.
Da quella consapevolezza nacquero nel 1995 i Kataklò Athletic Dance Theatre, compagnia fondata a Milano con l’idea di trasformare le capacità dei ginnasti in linguaggio coreografico. Il nome deriva dal greco antico e richiama il gesto del ballare attraverso piegamenti e torsioni. Nel tempo il gruppo ha portato i propri spettacoli in tournée internazionali e ha dato vita anche a un’Accademia di physical theatre, arrivata a cinque generazioni di diplomati.
Un futuro ancora da costruire
Oggi Staccioli continua a guidare i Kataklò come coreografa, direttrice e imprenditrice. È proprio la gestione economica e organizzativa a pesarle maggiormente: l’indipendenza le consente di difendere le proprie idee, ma richiede attenzione quotidiana al presente e una pianificazione costante del futuro.
La responsabilità verso danzatori e staff ha accompagnato anche i periodi più difficili. Un aiuto finanziario, ammette, avrebbe reso alcune fasi meno gravose, ma la libertà di restare autonoma ha avuto per lei un valore decisivo. Nei mesi successivi è prevista la tournée italiana di Seasons; poi lo sguardo sarà rivolto al prossimo capitolo dei Kataklò, dopo i primi trent’anni di attività.
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