Gialappa’s, l’addio a Mediaset: «Ci accusò di tradimento»
Il documentario di Walter Veltroni ripercorre quattro decenni di invenzioni televisive, dai primi esperimenti radiofonici al successo di Gialappa’s Show su TV8.
Il nodo economico della televisione italiana entra nel racconto della Gialappa’s Band: secondo Giorgio Gherarducci, molti programmi comici non hanno trovato spazio perché troppo costosi, mentre i talk politici richiedono investimenti più contenuti. È uno degli aspetti emersi alla Festa del Cinema di Roma, dove Walter Veltroni ha presentato il documentario “L’assurda storia della Gialappa’s Band”, in arrivo nelle sale il 22 ottobre.
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L’addio a Mediaset resta un punto aperto
Il rapporto con l’azienda di Berlusconi si è interrotto dopo un periodo in cui, secondo Gherarducci, il trio non riceveva più proposte per nuovi programmi. Il conduttore ha ricordato che Pier Silvio Berlusconi si era sentito tradito dalla loro partenza, ma ha respinto quella ricostruzione: «Negli ultimi anni non ci proponevano più programmi. Continuavamo a chiedere di lavorare su Italia 1, ma ci rispondevano che c’erano pochi soldi».
Anche il passaggio successivo in Rai si è concluso per ragioni finanziarie. La squadra rimase per due anni, ma Rai dire Niùs non ottenne le risorse necessarie per proseguire durante l’intera stagione. Diversa, invece, la scelta di TV8, che ha messo a disposizione un budget rilevante per Gialappa’s Show e ha permesso al gruppo di continuare il proprio percorso.
La comicità paga il prezzo dei bilanci
Per Gherarducci, la presenza crescente dei talk show politici dipende anche dai costi di produzione: «Fare programmi comici costa molto. Un talk show politico è decisamente meno costoso». Marco Santin ha aggiunto che il settore non è privo di interpreti validi: il problema, più che la mancanza di talento, riguarda le risorse disponibili.
Tra i volti arrivati nel programma di TV8 c’è Max Angioni. La Gialappa’s Band lo seguiva da tempo, ma il comico era legato da un contratto; quando si è liberato, è stato lui a contattare il gruppo. L’accoglienza, hanno spiegato i componenti, è stata immediatamente positiva.
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Quarant’anni senza mostrarsi in video
Il film di Veltroni ricostruisce la storia di Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto attraverso filmati d’archivio, testimonianze e ricordi dei comici passati dal loro laboratorio: Aldo, Giovanni e Giacomo, Fabio De Luigi, Paola Cortellesi, Luciana Littizzetto, Teo Teocoli, Ubaldo Pantani e Brenda Lodigiani. Il Mago Forest, invece, viene raccontato come una presenza stabile accanto alla band da oltre venticinque anni.
Il regista ha sottolineato che i tre non erano amici prima di incontrarsi quasi casualmente a Radio Popolare. «Non è propriamente la storia di tre amici», ha spiegato Veltroni, descrivendo il loro percorso come la costruzione di un mondo surreale e lontano dalla comicità televisiva tradizionale. La loro scelta più riconoscibile fu restare fuori campo, affidando tutto alle voci: un’anomalia in un’epoca in cui la televisione sembrava spingere chiunque a mostrarsi.
Dai telecronisti ai personaggi cult
“Mai dire Banzai” e “Mai dire Gol” trasformarono immagini giapponesi, partite, interviste e gaffe in materia per la parodia. Il calcio, allora considerato quasi intoccabile, divenne uno dei bersagli principali del trio dopo che la Rai aveva rifiutato il progetto; Italia 1, al contrario, accettò di sperimentare quella formula.
Nel tempo nacquero figure rimaste nella memoria del pubblico, da Tafazzi a Caccamo, dall’Ingegner Cane a Frengo fino al Mago Forest. Il documentario riunisce anche i tre membri storici, con il ritorno di Carlo Taranto accanto a Santin e Gherarducci. Per i protagonisti, il risultato alterna ironia e commozione: alcune immagini hanno riportato alla luce episodi dimenticati e una storia televisiva lunga quattro decenni.
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