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Gaza, la tregua non basta: 50mila donne colpite dalla guerra

A un anno dal cessate il fuoco, uccisioni, sfollamenti, aborti spontanei e povertà continuano a segnare la vita delle donne nella Striscia.

A Gaza il cessate il fuoco ha compiuto un anno, ma per le donne la guerra non è davvero finita. Dall’inizio del conflitto, nell’ottobre 2023, quasi 50mila donne e ragazze sono state uccise oppure hanno riportato ferite tanto gravi da causare una disabilità permanente.

La situazione resta drammatica anche dopo l’entrata in vigore della tregua: dall’ottobre 2025 le vittime femminili sono state 277. Sofia Calltorp, responsabile dell’azione umanitaria di UN Women, ha descritto una sofferenza collettiva e un dolore ancora profondissimi.

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La tregua non ha fermato le vittime

Quasi un milione di donne e ragazze ha dovuto abbandonare la propria abitazione. La maggior parte continua a vivere da sfollata, spesso all’interno di una tenda, senza condizioni stabili e con un accesso limitato ai servizi essenziali.

UN Women chiede che l’accordo venga rispettato integralmente, che le norme del diritto internazionale siano applicate e che le violazioni non restino senza conseguenze. Secondo l’agenzia, il cessate il fuoco ha modificato solo in parte la quotidianità delle donne di Gaza: molte delle emergenze nate durante il conflitto sono ancora aperte.


Gravidanze sempre più a rischio

Tra gennaio e giugno 2026 sono stati registrati quasi 4mila aborti spontanei. Il dato è più che triplicato rispetto alla seconda metà del 2025, ma non è ancora chiaro quali siano le cause precise di questo aumento.

L’Unfpa, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, sta preparando un’indagine per individuare i fattori di rischio e capire in quali aree le cure siano insufficienti. La salute materna resta così uno dei fronti più fragili della crisi, insieme alla scarsità di strutture e di assistenza specializzata.


Donne al comando di famiglie spezzate

La guerra ha cambiato anche la composizione dei nuclei familiari. Oggi una casa su quattro a Gaza è affidata a una donna, mentre prima del conflitto il rapporto era di una su nove.

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Nour vive questa responsabilità dopo la distruzione della sua abitazione e l’arresto del marito, un infermiere del quale non ha più ricevuto notizie. UN Women racconta che, in alcuni momenti, il peso della situazione la porta a isolarsi al punto da non riuscire neppure a rispondere ai figli.


Gli aiuti sono sempre più fragili

Per donne come Nour, le organizzazioni femminili rappresentano spesso l’unico sostegno disponibile. Tuttavia, la diminuzione delle risorse economiche sta riducendo la capacità di queste realtà di intervenire proprio mentre le necessità aumentano.

UN Women ha raccolto le testimonianze di 14 associazioni attive tra Gaza e Cisgiordania: 13 hanno riferito che i bisogni sono cresciuti dopo il taglio dei finanziamenti deciso nel 2025 dall’amministrazione Trump e che oggi non riescono più a coprirli. Tutte hanno segnalato un incremento della violenza contro le donne, della povertà, dei problemi psicologici e dei matrimoni precoci.


Amani, una storia cancellata dalla guerra

Nel novembre 2023 Amani, psicoterapeuta del ministero della Salute di Gaza, aveva raccontato che i desideri dei suoi figli si erano concentrati su una sola cosa: «sopravvivere». Nel frattempo continuava ad assistere le persone traumatizzate dal conflitto.

Dopo sei mesi e cinque trasferimenti forzati, un attacco aereo ha ucciso lei e i suoi quattro figli, Firas, Hanan, Amir e Mustafa. La madre chiede però che Amani venga ricordata per la professionista, la madre e la persona che era in vita, non soltanto per il giorno della sua morte.

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