Gaza, il dovere di guardare: la risposta di Lidia Ravera
Tra cinema, testimonianze e teatro, la scrittrice rilancia le voci delle madri palestinesi e chiede di trasformare il dolore in pressione politica.
Il cibo può diventare una forma di memoria quando tutto il resto viene minacciato. Al WeWorld Festival 2026, la Palestina sarà raccontata anche attraverso la cucina e il libro “Mezé. Miracoli e disastri” (Solferino Libri), firmato dallo chef Maradona Youssef: un percorso sull’identità custodita nei piatti e sulle ferite che attraversano una comunità.
La Palestina oltre le immagini di guerra
Il programma affianca a questo racconto quello di una scuola steineriana, o Waldorf, nella Cisgiordania occupata. Il film “Casa della speranza”, diretto da Marjolein Busstra, sarà presentato in anteprima nazionale il 10 ottobre alle 19.30 al Cinema Lumière.
Non mancheranno gli sguardi della cooperazione internazionale, affidati a Valerio Nicolosi e Giovanna Fotia. La manifestazione si svolgerà dal 7 all’11 ottobre, mentre gli appuntamenti di questa settimana ne rappresentano l’anteprima.
Lidia Ravera porta Gaza sul palco
In questo contesto si inserisce “Lettere da Gaza”, il reading con cui Lidia Ravera dà forma alle parole di sei donne che vivono nella Striscia. Le testimonianze sono state raccolte con il contributo di WeWorld, organizzazione umanitaria attiva da oltre 30 anni nei territori palestinesi occupati.
Ravera racconta di avere trasformato quei racconti in sei brevi monologhi, ciascuno lungo circa una pagina. Le protagoniste sono madri, con una media di tre o quattro figli, impegnate ogni giorno a proteggere i bambini tra bombardamenti, evacuazioni e privazioni. Una di loro ha spiegato che, quando arrivano le bombe, stringe i figli a sé per difenderli dalle schegge.
Il cinema mostra ciò che si preferisce ignorare
La scrittrice ha visto “Naza”, documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, e ne raccomanda la visione. Il titolo richiama l’espressione “danni collaterali”, ma il film, costruito anche su fonti dell’esercito israeliano, mette in discussione proprio quel linguaggio e mostra le conseguenze sui civili.
Secondo Ravera, non si tratta di un conflitto riconducibile alla definizione tradizionale di guerra, bensì di un’operazione che colpisce la popolazione con l’obiettivo, a suo giudizio, di cancellare un popolo. La scrittrice respinge inoltre l’equazione tra critica alle operazioni israeliane e antisemitismo, ricordando l’esistenza di ebrei che contestano duramente Benjamin Netanyahu.
Sapere è una responsabilità collettiva
Il punto di partenza della scrittrice è netto: «Abbiamo la responsabilità di guardare, ascoltare, sapere». Per questo invita a non sottrarsi a film e libri dedicati a Gaza, citando anche “Scrivo per restare umano” di Muhammad al-Zaqzouquno, diario della vita nella Striscia dopo il 7 ottobre 2023, segnata dalla mancanza di cibo e medicine, dalle pessime condizioni igieniche e dagli allarmi continui.
A chi evita queste opere perché troppo dolorose, Ravera risponde: «Soffri, almeno questo glielo dobbiamo». La partecipazione individuale, però, non dovrebbe fermarsi all’emozione: può diventare pressione pubblica quando a prendere posizione sono istituzioni e leader politici. La scrittrice riassume il proprio ruolo così: «Uso l’unico strumento che ho, che è la mia scrittura: la mia piccola goccia».
Il primo appuntamento con “Lettere da Gaza” è fissato per mercoledì 30 settembre all’Oratorio San Filippo Neri di Bologna. Nella stessa giornata, al Cinema Modernissimo, sarà proiettato “Ogni giorno a Gaza”, cortometraggio prodotto da WeWorld e diretto da Omar Rammal con immagini del giornalista palestinese Soleiman Hejji, vincitore del David di Donatello 2026 per il miglior cortometraggio.
“Naza” resterà nelle sale fino a domani e da novembre sarà disponibile gratuitamente e senza limiti di tempo sul sito del Guardian. Nel programma figurano inoltre “Nessun’altra terra” e “La voce di Hind Rajab”, altri lavori indicati da Ravera per continuare a osservare e comprendere ciò che accade nella Striscia.
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