Firenze ricorda l’alluvione dell’Arno a sessant’anni dal disastro
Due mostre ripercorrono i soccorsi, i danni al patrimonio e il lavoro degli angeli del fango
L’alluvione dell’Arno colpì Firenze nella notte tra il 3 e il 4 novembre 1966, causando 36 morti e danni enormi al patrimonio della città. A sessant’anni di distanza, mostre e testimonianze ricordano i soccorsi e il lavoro dei volontari arrivati da molte parti del mondo.
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Le mostre dedicate alla memoria
Alla stazione di Firenze Santa Maria Novella è stata inaugurata giovedì 29 ottobre l’esposizione fotografica documentaria “Oltre il fango, l’umanità. La risposta senza confini della Croce Rossa”. Il percorso, allestito nel salone della biglietteria e curato dalla Croce Rossa Italiana, raccoglie in 24 teche materiali sugli aiuti prestati alle popolazioni colpite.
Le immagini documentano anche la mobilitazione internazionale, con soccorritori e rifornimenti giunti da Germania, Paesi Bassi, Jugoslavia e Unione Sovietica. L’iniziativa restituisce così la dimensione oltreconfine della risposta all’emergenza.
Un’altra esposizione, “Ri-emergere 1966-2066. L’Alluvione di Firenze: memoria, ricerca e futuro”, riunisce voci, registrazioni e fotografie d’epoca insieme a documenti inediti e racconti dei cittadini. Il progetto mette in relazione la memoria dell’evento con le attività di conservazione sviluppate negli ultimi sei decenni.
Il percorso è suddiviso in sei aree: ricordare, cooperare, ricostruire, tutelare, riconoscere e connettere. Tra i materiali figurano 13.000 schede dedicate al riconoscimento e al restauro, oltre alle testimonianze sulle tecniche impiegate per trasferire, asciugare e salvare i documenti danneggiati.
Il patrimonio sommerso dal fango
L’acqua e la melma invasero Firenze con una velocità stimata in 70 chilometri all’ora. La piena raggiunse anche la Biblioteca nazionale, dove migliaia di volumi finirono sotto l’acqua, mentre l’Archivio di Stato, allora ospitato agli Uffizi, contò 75mila documenti colpiti dall’alluvione.
A spiegare il significato del lavoro svolto dall’Archivio di Stato è la direttrice Paola D’Orsi: «L'alluvione ha segnato per l'Archivio l'inizio di un impegno che non si è mai interrotto. Ri-emergere restituisce, con un linguaggio tutto contemporaneo, questi 60 anni di lavoro sulla documentazione alluvionata».
Il disastro coinvolse anche gli animali: secondo le ricostruzioni, furono migliaia quelli morti. La città dovette affrontare contemporaneamente l’emergenza per la popolazione, il recupero degli edifici e la messa in sicurezza di libri, archivi, opere e oggetti d’arte.
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Gli angeli del fango
Tra i giovani accorsi a Firenze ci fu anche Pier Luigi Bersani, che raggiunse la città da Piacenza insieme ad altri 14 ragazzi. Partirono su un furgone dopo l’invito del loro insegnante di religione, don Niso, e vennero inseriti in una macchina organizzativa già attiva, con alloggi in palestra, turni e aree di intervento assegnate.
Bersani ha ricordato che il gruppo non si limitava a passare i libri di mano in mano, come appariva in televisione. Le giornate cominciavano alle 7, tra stivali, pale e carriole; durante un intervento nel laboratorio di un orafo, i volontari recuperarono anche una carriola piena di gioielli. Come ricompensa ricevettero una catenina d’argento con una croce, destinata alle loro madri: «Mia mamma se l’è portata con sé tutta la vita».
Franco Zeffirelli filmò le conseguenze della piena con la sua cinepresa. Quei giorni sono stati ricordati anche dal cinema attraverso “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, che ha ricostruito il clima di quell’emergenza.
I ricordi della città
L’attuale presidente della Regione Toscana aveva sette anni quando l’Arno esondò. Il 4 novembre non c’era scuola, ma quella mattina si accorse che in casa mancavano elettricità e acqua; poco dopo il padre apprese telefonicamente che Firenze era stata sommersa e interruppe la chiamata dopo essersi scusato per aver protestato.
Il sindaco di Firenze nel 1966 era Piero Bargellini, nonno dell’attuale prima cittadina Sara Funaro. Nei racconti familiari raccolti da Funaro, la casa di Santa Croce, invasa dal fango, doveva restare tra gli ultimi luoghi da ripulire: serviva a mostrare ai soccorritori la portata della devastazione.
Bargellini venne descritto come il “primo alluvionato” tra gli alluvionati. Dormiva poche ore, seguiva i sopralluoghi e ripeteva di fare ciò che poteva, aggiungendo poi: «Faccio come tutti i fiorentini».
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