Figli e carriera, la scelta non è libera: l’allarme di Margarita León
La studiosa Margarita León spiega come servizi insufficienti, cura sbilanciata e sostegno familiare diseguale condizionino maternità, lavoro e natalità in Italia.
Le disuguaglianze tra bambini iniziano spesso fuori dalla scuola: durante l’estate, alcune famiglie possono pagare attività sportive, culturali e ricreative, mentre altre non hanno alternative. Le differenze riguardano anche la disponibilità di spazi verdi, impianti e corsi, persino tra quartieri della stessa città.
Margarita León, docente di Scienza politica all’Universitat Autònoma de Barcelona e studiosa dei sistemi di welfare, collega questo divario alla più ampia organizzazione del lavoro di cura. Intervenuta al Festival Internazionale dell’Economia di Torino, ha osservato che le politiche pubbliche dovrebbero rendere possibile la libertà di scelta, senza attribuire alle donne il compito di compensare ogni carenza.
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La cura resta una responsabilità femminile
Per León, una svolta concreta passerebbe da un congedo riservato ai padri e non cedibile alle madri. Se l’uomo non utilizza quel periodo, le settimane andrebbero perdute: un incentivo, secondo la studiosa, a rendere effettiva la partecipazione maschile alla cura dei figli. In Italia, ha sottolineato, non esiste un meccanismo analogo per l’intero congedo.
La distanza tra aspettative e responsabilità, però, rimane ampia. Alle donne si chiede di essere autonome economicamente e di costruire una carriera, ma anche di restare disponibili quando un familiare necessita di assistenza. «La maternità è uno dei momenti in cui si apre una delle maggiori disparità di reddito tra donne e uomini», ha spiegato León, ricordando che in Spagna i guadagni femminili diminuiscono dopo la nascita del primo figlio, mentre quelli maschili restano quasi invariati.
Anche il lavoro a tempo parziale può diventare una risposta solo apparente. In Paesi come la Svezia contribuisce a spiegare parte del divario salariale, mentre in Italia e Spagna può accompagnarsi a maggiore precarietà e a condizioni meno vantaggiose.
Natalità, nessuna soluzione imposta
La studiosa invita a non leggere la diminuzione delle nascite come un problema da scaricare sulle donne. Il calo demografico, ha detto, viene spesso presentato in termini emergenziali senza chiarire quale obiettivo si voglia difendere: la tenuta del welfare, un’economia fondata sulla crescita continua oppure una precisa idea di famiglia e di nazione. A livello mondiale, una crescita demografica più lenta può inoltre alleggerire la pressione sulle risorse naturali e sugli ecosistemi.
Neppure un sostegno pubblico più generoso garantisce automaticamente un aumento delle nascite. I Paesi nordici, pur offrendo servizi più solidi, hanno conosciuto anch’essi una riduzione della fecondità. Le politiche sociali possono migliorare la vita di chi decide di avere figli e facilitare l’equilibrio tra impiego e famiglia, ma devono rispettare anche chi sceglie consapevolmente di non diventare genitore.
Famiglie divise tra sostegno e rinunce
Italia e Spagna condividono una tradizione definita “familista”: una parte consistente dell’assistenza viene affidata alla rete parentale, mentre l’intervento pubblico resta più limitato. In questo modello, tuttavia, il lavoro concreto ricade soprattutto sulle donne e i servizi per l’infanzia faticano a coprire la domanda.
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La scarsità di nidi e le difficoltà di conciliazione possono spingere le madri a ridurre l’orario, pagare una babysitter o lasciare il lavoro. «Sono obbligate a risolvere da sole un problema collettivo», ha affermato León, spiegando che ogni nucleo familiare finisce per adottare la soluzione compatibile con le proprie disponibilità economiche.
Le vacanze estive amplificano la stessa criticità: i periodi di chiusura scolastica non coincidono con quelli lavorativi e le famiglie devono ricorrere alle ferie, ai nonni o ai servizi privati. Quando nessuna di queste opzioni è accessibile, il carico si concentra ancora una volta sulle madri.
Due Italie per i servizi educativi
Nel 2023-2024 risultavano circa 39 posti nei servizi per la prima infanzia ogni 100 bambini sotto i tre anni nel Nord-Est, contro 19 nel Mezzogiorno. La differenza territoriale riflette una disponibilità molto lontana dall’essere uniforme.
L’Emilia-Romagna può contare su una storia consolidata nell’educazione dei più piccoli, con i nidi e le scuole comunali di Reggio Emilia divenuti un riferimento internazionale per il coinvolgimento di bambini, genitori e comunità. Nel Sud, invece, l’offerta resta molto più ridotta e l’intervento pubblico dovrebbe ampliarla.
Avere figli dipende dal punto di partenza
Quando lo Stato non accompagna i giovani verso l’autonomia, la possibilità di realizzare il proprio progetto familiare finisce per dipendere dal patrimonio e dall’aiuto dei genitori. Una casa già disponibile o una rete parentale capace di offrire sicurezza economica crea un vantaggio decisivo: «È una specie di lotteria», ha sintetizzato León.
Nel 2024 il primo figlio arrivava mediamente a 31,9 anni in Italia e a 31,5 in Spagna. Un ingresso più tardivo nella genitorialità restringe il periodo utile per avere altri figli; tra le donne nate nel 1975, le stime dell’OCSE indicano che è rimasto senza figli circa il 23% delle italiane e il 24% delle spagnole.
León ha inoltre ricordato che Italia, Spagna e Portogallo hanno storicamente affidato alle famiglie una parte essenziale dell’assistenza. Lo Stato ha sviluppato soprattutto la protezione pensionistica, mentre la rete dei servizi di cura è rimasta più debole. Per questo, a suo giudizio, sostenere la genitorialità non significa chiedere più sacrifici individuali, ma costruire condizioni che non costringano a scegliere tra lavoro, indipendenza e famiglia.
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