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Lifestyle 4 min di lettura2 ott

Emanuela Fanelli, il futuro senza applausi: «Mi chiameranno meno

In Peccato l’attrice immagina se stessa nel 2049, dimenticata dopo due David: una commedia amara tra celebrità, fallimenti e paura di sparire.

La domanda che attraversa Peccato è semplice e inquietante: cosa resta di un’attrice quando il pubblico smette di cercarla? Emanuela Fanelli prova a rispondere mettendo in scena il proprio possibile declino, in una serie che mescola comicità, malinconia e un’idea di futuro tutt’altro che rassicurante.

Il progetto, presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, è composto da sei episodi diretti da Valerio Vestoso e scritti dallo stesso Vestoso insieme a Fanelli e Giulio Somazzi. La serie è disponibile su HBO Max dal 2 ottobre.


Una carriera immaginata al tramonto

Nel 2049 Fanelli ha 63 anni, vive in un paese della Valle d’Aosta e ha abbandonato il mestiere. Evita telecamere e interviste, mentre una troupe cerca di ricostruire che cosa sia successo all’ex interprete premiata con due David e ricordata anche per C’è ancora domani.

Il racconto procede attraverso testimonianze di personaggi invecchiati dal trucco, alcuni disponibili a parlare e altri molto meno. Tra loro compaiono Sabrina Ferilli, legata alla protagonista da un improbabile programma chiamato Gran Sasso, Alessandro Borghi, Ferzan Özpetek e Paola Cortellesi, che nella finzione è diventata Presidente della Repubblica. Sullo sfondo torna anche Pasticciona in amore, la commedia romantica che aveva trasformato Fanelli in una star.

L’idea è nata circa tre anni fa, dopo la conquista del primo David. Il punto di partenza era immaginare una donna premiata e poi rapidamente rimossa dal pubblico, senza trasformare la caduta in una lezione edificante o in una semplice tappa verso il riscatto.


Il fallimento come specchio umano

Fanelli ha spiegato di essere partita dai documentari celebrativi dedicati a carriere ancora in corso e da quel modo contemporaneo di raccontarsi in cui ogni errore viene presentato come un passaggio utile al successo. Secondo l’attrice, i nuovi strumenti per autorappresentarsi favoriscono anche una certa mitomania: per questo voleva raccontare un fallimento autentico, privo di giustificazioni.

La protagonista della serie porta il suo stesso nome, ma non coincide con lei. È vanitosa, egocentrica e convinta della propria importanza; in una scena con la produttrice mostra anche un lato poco amichevole. Fanelli ha chiarito: «Io sono la peggiore di tutti, con me posso essere spietata quanto voglio».

Il personaggio, tuttavia, non nasce dal nulla. L’attrice riconosce che quei difetti possono appartenere a chiunque e dipende dalle circostanze quanto finiscano per prendere il sopravvento. Non teme quindi che qualcuno possa confondere la maschera televisiva con la sua personalità: anche in Una pezza di Lundini aveva usato il proprio nome senza interpretare se stessa.

Per Fanelli, il fallimento è più vicino alla realtà del successo e possiede una componente più fragile e commovente. La sua attenzione va agli esseri umani imperfetti, non agli eroi senza crepe, e Peccato nasce proprio dal desiderio di osservare quella vulnerabilità senza addolcirla troppo.

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Gli amici dentro la finzione

La serie attraversa diversi linguaggi televisivi. Gran Sasso riprende le dinamiche dei programmi con concorrenti e celebrità, mentre il segmento ambientato a Striscia la notizia nasce dall’immaginario televisivo con cui Fanelli è cresciuta negli anni Novanta. Insieme a Cortellesi, l’attrice non imita semplicemente due conduttrici: prova a ricreare quel tipo di ritmo con la collaborazione di Antonio Ricci.

Sabrina Ferilli è stata scelta anche per la sua capacità di passare dall’improvvisazione alla malinconia. Fanelli ha coinvolto gli ospiti spiegando loro l’idea e chiedendo di partecipare consapevolmente al gioco, senza trasformarli nel bersaglio di una presa in giro. Tullio Solenghi, invece, è protagonista della linea più surreale e tragicomica, un omaggio alla comicità che l’attrice ha conosciuto da bambina attraverso il trio formato da Solenghi, Massimo Lopez e Anna Marchesini.

Anche Alessandro Borghi, poco associato ai ruoli comici, contribuisce a costruire uno dei ritratti più grotteschi della serie. Fabio Fazio ha messo a disposizione il proprio programma e ha partecipato alla situazione senza che il risultato fosse una parodia del suo lavoro. Özpetek, infine, compare in una vicenda legata ai pannelli solari del cognato.

Le riprese sono durate sei settimane, tra trasformazioni fisiche, parrucche e cambi d’abito. La troupe interrompeva talvolta il lavoro per le risate, un risultato che Fanelli considerava particolarmente significativo: se ride chi è stanco e impegnato sul set, significa che la scena sta funzionando.


Il paragone con Boris e il finale aperto

Il successo della serie ha portato anche al confronto con Boris. Fanelli lo considera un riconoscimento importante, ma lo giudica forse sproporzionato e ricorda la sua ammirazione per Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo. La differenza, sottolinea, sta anche nella forma: Boris è una fiction, mentre Peccato utilizza il linguaggio del falso documentario.

Nel frattempo la realtà ha complicato il progetto. Dopo il primo David, Fanelli ne ha conquistato un secondo e la sua carriera ha continuato a procedere bene. Gli autori hanno quindi dovuto rivedere la storia, per evitare che il racconto di una star dimenticata sembrasse soltanto un’autopromozione mascherata. Nella serie, fatta eccezione per C’è ancora domani, non vengono riprodotti episodi realmente vissuti dall’attrice; anche quel riferimento serve a mostrarla in una luce ridicola.

Raccontare in anticipo la propria possibile scomparsa dal mondo dello spettacolo ha per Fanelli anche una funzione liberatoria. La paura che qualcosa finisca riguarda il lavoro, ma può emergere pure in una relazione sentimentale o in un’amicizia. Mettere quel timore dentro una storia comica consente di guardarlo da lontano, senza negarlo e senza trasformarlo in una certezza.

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