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Lifestyle 3 min di lettura4 ore fa

Due dosi, ma resta viva: sospesa la pena di morte in Tennessee

Christa Pike ha perso conoscenza senza morire dopo l’iniezione letale; il governatore ha bloccato le prossime esecuzioni e ordinato un’indagine indipendente

Christa Pike non è morta nella stanza delle esecuzioni del carcere di Nashville. Dopo due somministrazioni di pentobarbital, la detenuta era priva di sensi ma mostrava ancora attività cardiaca e respirazione, rendendo necessario il trasferimento in ospedale. La procedura è stata quindi interrotta e le autorità dovranno chiarire che cosa non abbia funzionato.


L’esecuzione fallisce e il Tennessee si ferma

Il governatore Bill Lee ha disposto una verifica indipendente sull’accaduto. In attesa dei risultati, sono state rinviate le altre esecuzioni programmate in Tennessee per il resto dell’anno.

Il dipartimento penitenziario ha sostenuto che gli operatori abbiano seguito le indicazioni previste. La difesa, invece, ha fatto intervenire un esperto, secondo il quale nel sangue di Pike potrebbe essere arrivata una quantità insufficiente di farmaco per provocare l’arresto della respirazione e del cuore.

Durante la procedura, le tende destinate ai testimoni sono state chiuse e ai giornalisti è stato chiesto di lasciare la struttura. Nel frattempo gli avvocati della detenuta hanno presentato un ricorso urgente per fermare l’iniezione e consentirle di ricevere cure mediche in un ospedale esterno al carcere.


Una condanna maturata a 18 anni

Christa Pike, oggi 50enne, è l’unica donna presente nel braccio della morte del Tennessee. La sentenza capitale è arrivata nel 1996, per l’omicidio di primo grado di Colleen Slemmer, studentessa di 19 anni uccisa il 12 gennaio 1995 a Knoxville.

Pike aveva 18 anni quando partecipò al delitto. La vittima frequentava lo stesso Job Corps Center, programma di formazione per giovani, e secondo la ricostruzione giudiziaria fu attirata fuori dalla struttura insieme a Pike, Tadaryl Shipp e Shadolla Peterson.

La difesa ha sottolineato più volte l’età della donna e la sua condizione psicologica al momento dei fatti. Nei documenti presentati per chiedere clemenza sono citati abusi sessuali, violenze e abbandono vissuti durante l’infanzia, oltre a diagnosi di disturbo bipolare e disturbo da stress post-traumatico.

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Nella richiesta di grazia, Pike ha riconosciuto la propria responsabilità e ha scritto: «Ero una ragazza di 18 anni con problemi mentali. Mi fa star male pensare di essere stata capace di commettere un crimine simile». I suoi legali sostengono che oggi quei fattori avrebbero potuto incidere diversamente sulla valutazione della pena.


Un delitto, tre conseguenze diverse

Secondo gli atti della Corte Suprema del Tennessee, Slemmer venne aggredita in un’area isolata per circa trenta minuti. Fu picchiata, ferita con oggetti taglienti e colpita alla testa con un frammento d’asfalto; sul torace le venne inciso un pentacolo. L’episodio suscitò grande attenzione negli Stati Uniti anche per i suoi presunti riferimenti satanici.

Gli stessi documenti riferiscono che, dopo l’omicidio, Pike mostrò a una compagna un frammento del cranio della vittima. La ricostruzione giudiziaria attribuisce invece a Tadaryl Shipp l’incisione del simbolo sul corpo di Slemmer.

Le sorti dei tre giovani coinvolti furono differenti. Shipp, che aveva 17 anni all’epoca, non poteva ricevere una condanna a morte e fu punito con l’ergastolo; Peterson collaborò con gli inquirenti e ottenne una pena più contenuta. Pike ha trascorso quasi trent’anni nel braccio della morte, spesso in condizioni di isolamento particolarmente severe.

Se l’esecuzione fosse riuscita, sarebbe stata la prima donna messa a morte dal Tennessee in oltre due secoli. Negli Stati Uniti, dal ripristino della pena capitale nel 1976, sono state giustiziate 18 donne, a fronte di oltre 1.600 uomini. Alla prigione aveva atteso anche May Martinez, madre di Colleen Slemmer, che dopo il fallimento della procedura ha definito la serata «un disastro».

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