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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Discreet dater: perché sempre più persone scelgono l’ombra

Non è necessariamente una relazione segreta: il discreet dater protegge la propria vita privata e decide con attenzione tempi, persone e modalità dell’esposizione.

In una società in cui profili, fotografie e dettagli personali finiscono facilmente sotto gli occhi di tutti, c’è chi preferisce tenere separati la vita pubblica e i rapporti affettivi. Il discreet dater non rinuncia per forza all’amore o alla sessualità: sceglie piuttosto di non trasformarli in contenuti da mostrare, commentare o sottoporre al giudizio altrui.

Il termine può indicare persone coinvolte in relazioni aperte o non monogame, ma anche individui semplicemente stanchi della visibilità permanente imposta dalle piattaforme digitali. Secondo Marta Giuliani, psicologa, psicoterapeuta e sessuologa clinica, il fenomeno riguarda profili molto diversi per età e professione: il punto in comune è soprattutto il desiderio di mantenere il controllo sulla propria immagine.

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La discrezione diventa una scelta consapevole

«Il discreet dater è una persona che vuole scegliere quando, come e con chi esporsi», spiega Giuliani. Non si tratta quindi soltanto di nascondere una relazione, bensì di stabilire autonomamente quali aspetti della propria esperienza condividere e quali lasciare fuori dalla sfera pubblica.

La riservatezza può nascere dal fastidio per le biografie costruite come vetrine, dalla volontà di evitare il controllo di amici e colleghi oppure dalla necessità di tutelare dati e identità. In questo senso, il discreet dater può appartenere a qualunque ambiente professionale: l’elemento decisivo non è il lavoro svolto, ma il rapporto personale con l’esposizione.

La ricerca realizzata da Ashley Madison conferma che il desiderio di ridurre la propria presenza online attraversa entrambi i generi. Il 41% sia delle donne sia degli uomini dichiara di preferire una condivisione limitata dei contenuti personali e una ridotta impronta digitale.


Il corteggiamento cambia ritmo

Nel momento dell’approccio, chi cerca discrezione tende a evitare le dinamiche più esibite del corteggiamento. Giuliani descrive un comportamento generalmente più esplicito: si chiariscono prima le intenzioni, i limiti e ciò che non si desidera, lasciando meno spazio a rituali costruiti per impressionare.

La fiducia viene così sviluppata con gradualità, attraverso un accordo reciproco sui confini e sui tempi. I dati mostrano però una differenza nelle modalità di passaggio dalla conversazione all’incontro: il 31% delle donne arriva dal contatto virtuale all’appuntamento almeno due volte al mese, mentre tra gli uomini questa transizione risulta meno frequente.

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La specialista osserva che le donne sembrano muoversi con maggiore intenzionalità, mentre gli uomini rimangono più a lungo nella fase dello scambio online. In entrambi i casi, la cautela non implica necessariamente disinteresse: può essere il modo con cui si verifica se l’altra persona rispetta davvero l’intesa sulla privacy.


Privacy, stigma e vecchie esigenze

La discrezione non ha lo stesso significato per tutti. Per molti uomini può servire a difendere un’immagine di affidabilità e a proteggere il ruolo sociale costruito nel tempo. Per le donne, invece, può rappresentare anche uno strumento per sottrarsi al giudizio ancora severo rivolto alla sessualità femminile.

«Gli uomini sembrano quindi ricercare più spesso discrezione per proteggere un ruolo, le donne per proteggersi dallo stigma», sintetizza Giuliani. La differenza non cancella il dato di fondo: il bisogno di riservatezza non appartiene a un solo genere e non identifica automaticamente una situazione clandestina.


Un nome nuovo per un comportamento antico

La pratica, in realtà, non è nata con le applicazioni di incontri. Da sempre le persone cercano luoghi protetti per vivere relazioni e desideri lontano dagli sguardi esterni. La novità riguarda soprattutto l’etichetta con cui questo atteggiamento viene descritto e la maggiore attenzione pubblica verso il tema.

A rendere più visibile il fenomeno contribuiscono la fatica provocata dall’iperconnessione, la crescente consapevolezza sui dati personali e la difficoltà di distinguere ciò che appartiene alla sfera privata da ciò che viene mostrato online. «Dare un nome a un fenomeno lo rende dicibile e meno stigmatizzato», conclude la psicologa: per chi preferisce restare lontano dai riflettori, può essere già un cambiamento significativo.

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