Digger, la sfida impossibile di Tom Cruise: battere il suo mito
Alejandro González Iñárritu affida al divo un petroliere grottesco, ma il ritorno alla trasformazione non basta a liberare il film dal peso della sua leggenda
Il problema di Digger non è soltanto capire se Tom Cruise sappia ancora cambiare pelle. È stabilire se un attore diventato sinonimo di imprese impossibili, corse sfrenate e immortalità cinematografica possa davvero misurarsi con il proprio passato. Nel film di Alejandro González Iñárritu interpreta un uomo vecchio, volgare e moralmente ripugnante: una scelta lontanissima dall'immagine che ha dominato la sua carriera recente.
L'uscita nelle sale è prevista per il 2 ottobre. Al centro c'è Digger Rockwell, magnate del petrolio del Sud degli Stati Uniti, responsabile di una catastrofe ambientale dalle conseguenze planetarie. Cruise lo costruisce attraverso una recitazione fisica e scomposta, sostenuta da guance artificiali, pancia prominente e un accento ispirato a George W. Bush.
Cruise cambia volto, non aspettative
Il personaggio gesticola, urla, si vanta e occupa ogni spazio della scena. La sua azienda provoca un primo disastro quasi per errore, quindi ne segue un altro; Digger affronta tutto senza rimorso, trattando con freddezza la famiglia e riservando il proprio affetto soltanto a una gatta morente. Perfino il paragone tra una frattura nella calotta polare e le dimensioni del suo pene diventa, per lui, motivo di scherzo.
Da Rock of Ages, musical del 2012, Cruise non aveva più affrontato un film non d'azione con questa centralità. In precedenza aveva alternato personaggi eroici e figure ambigue; per trovare un cattivo apertamente comico bisogna tornare a Tropic Thunder, mentre Collateral resta uno dei suoi riferimenti più netti nei panni del malvagio. L'attore ha definito Digger il ruolo più difficile della sua carriera e lo ha presentato come il punto di arrivo delle proprie capacità. È una dichiarazione ambiziosa, soprattutto perché il risultato non sempre la sostiene.
Una satira che alza troppo la voce
Il film riunisce interpreti di primo piano attorno a Cruise. John Goodman è un presidente confuso e malato, con caratteristiche che richiamano Donald Trump; Sandra Hüller dà corpo a una sorellastra aggressiva; Michael Stuhlbarg interpreta un vicepresidente ossequioso; Riz Ahmed è Ganesh, lo scienziato lucido intrappolato in un ambiente dominato dall'irrazionalità. Anche lui, però, finisce per gridare.
Le scenografie sono curate e il tema sembra parlare direttamente al presente, ma la satira non raggiunge la profondità a cui aspira. L'ambizione ricorda Il dottor Stranamore, mentre l'esito si avvicina maggiormente a Don't Look Up: un'allegoria rumorosa, spesso insistita, che tende a spiegare la propria tesi invece di lasciarla emergere. Un cambiamento nella seconda parte offre a Cruise materiale più articolato, ma non risolve del tutto gli squilibri del film.
Il peso della carriera alle spalle
Digger resta comunque il progetto più singolare affrontato da Cruise da molti anni. Non è un nuovo capitolo di Mission: Impossible e non ripropone uno dei suoi vecchi ruoli; inoltre porta la firma di Iñárritu, il regista che aveva rilanciato Michael Keaton con Birdman e accompagnato Leonardo DiCaprio verso l'Oscar per Revenant - Redivivo. Anche quando inciampa, il film mostra una direzione autoriale riconoscibile.
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Il ritorno a un cinema più rischioso arriva dopo una lunga stagione dedicata quasi interamente ai grandi spettacoli d'azione. La scelta ha prodotto incassi enormi e ha contribuito alla ripresa dell'industria dopo la pandemia, soprattutto grazie a Top Gun: Maverick. Sul piano del riconoscimento critico, però, il bilancio è stato meno ricco e Cruise non ha mai conquistato un Oscar competitivo. Nel 2025 ha ricevuto una statuetta onoraria, ma quel premio potrebbe non chiudere il discorso sulla sua eredità artistica.
La promozione diventa un giudizio
La campagna di Warner Bros. ha trasformato il film in una sorta di bilancio della carriera. Invece di presentare soltanto la trama, il primo filmato promozionale ripercorre alcuni titoli celebri di Cruise, da Jerry Maguire a Intervista col vampiro, passando per Risky Business - Fuori i vecchi... i figli ballano e Minority Report. La voce narrante suggerisce che ogni tappa del passato abbia condotto proprio a Digger.
L'idea è chiara: il petroliere dovrebbe rappresentare la somma, o forse la deformazione, di tutti i personaggi interpretati dall'attore. Intorno al film si è quindi accumulata un'attenzione insolita, alimentata dalle interviste e dalle apparizioni televisive del protagonista. Il messaggio implicito è che questa potrebbe essere l'occasione decisiva per dimostrare che Cruise è ancora capace di essere qualcosa di più del divo d'azione apparentemente bloccato a quarant'anni.
Una trasformazione che non basta
Per molto tempo Cruise ha evitato di esporsi in ruoli capaci di mettere in discussione la sua immagine pubblica. La fase delle trasformazioni imprevedibili, associata a Magnolia e Vanilla Sky, si è progressivamente fermata mentre la sua vita privata e il rapporto con Scientology complicavano la percezione della sua figura. La risposta è stata una virata consapevole verso produzioni più controllate e spettacolari.
Quella strategia ha funzionato sul piano commerciale, ma ha ridotto lo spazio per il rischio. Digger prova a riaprire quella porta, però arriva carico di aspettative sproporzionate: deve essere insieme una satira politica, una prova d'attore e una resa dei conti con il mito di Tom Cruise. Come esperimento eccentrico avrebbe potuto essere giudicato con maggiore libertà; investito del compito di riassumere un'intera carriera, invece, appare meno riuscito. Nemmeno Cruise, nonostante il talento e la dedizione, riesce a sottrarsi al peso dell'uomo che il cinema ha costruito intorno a lui.
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