Davide Cavallo, il perdono dopo l’aggressione: «La rabbia mi avrebbe condannato
A un anno dalle coltellate subite a Milano, il 22enne racconta i danni permanenti, l’incontro con i cinque aggressori e il percorso che gli ha restituito un senso
Davide Cavallo ha 22 anni, studia alla Bocconi e sta imparando a convivere con conseguenze neurologiche permanenti. La notte del 12 ottobre 2025, dopo una serata in zona corso Como a Milano, fu assalito da cinque ragazzi, tre dei quali minorenni, per 50 euro. Una coltellata rischiò di ucciderlo: oggi, però, la sua storia non è soltanto quella di una vittima, ma anche di un giovane che ha scelto di incontrare gli aggressori e di guardare insieme a loro ciò che è accaduto.
Il corpo è cambiato, la vita continua
Dell’aggressione non conserva un ricordo diretto. Gli sono rimasti alcuni frammenti legati alle ore precedenti, come la scelta di un maglioncino verde, e immagini confuse della terapia intensiva, segnata da farmaci e allucinazioni. Il corpo, invece, conserva reazioni precise: un contatto vicino alla ferita può provocargli ansia e un sobbalzo improvviso.
Sul piano fisico il recupero è stato importante, anche se non completo. Camminare e muoversi richiede più energia, mentre la sensibilità resta alterata: ciò che percepisce come caldo può essere freddo e la posizione del corpo non è sempre chiara. «Non è soltanto una parte rotta di me, è anche una parte che richiede attenzione, un amore specifico», ha spiegato parlando della disabilità.
La difficoltà lo ha costretto a ridurre la dispersione che caratterizzava la sua vita prima dell’aggressione. Ora deve restare concentrato sul presente e dice di assaporare maggiormente ciò che riesce a fare, compreso il desiderio di tornare a ballare, correre e muoversi con la libertà di un tempo.
Perdonare non significa dimenticare
Il perdono, per Cavallo, è arrivato dopo un passaggio ancora più essenziale: riconoscere l’umanità degli aggressori e la loro possibilità di cambiare. Non considera la propria scelta una prova di superiorità, perché ritiene che anche lui, da adolescente, avrebbe potuto prendere decisioni sbagliate in circostanze diverse.
La rabbia c’è stata e non è escluso che torni, ma il giovane separa quella legata all’evento dalla collera diretta contro le persone che lo hanno ferito. «Vivere nel rancore mi avrebbe condannato. L’ho capito subito: prima cominci a perdonare, prima ti liberi», ha raccontato. Oggi, più che la rabbia, sente la frustrazione per gli effetti permanenti dell’accaduto.
L’incontro con i cinque ragazzi non è stato un gesto astratto. Cavallo ha voluto parlare delle proprie condizioni, farsi guardare e mostrare concretamente le conseguenze dell’aggressione, prima ancora di abbracciarli. Per lui era necessario impedire che la distanza rendesse l’atto separabile dal dolore provocato.
Un confronto difficile con gli aggressori
Durante gli incontri ha percepito una forma di sostegno reciproco, pur dentro esperienze molto diverse: lui ha affrontato ospedale e riabilitazione, mentre i ragazzi sono passati dal carcere o dalle comunità. Ha anche aderito alla possibilità di un percorso di giustizia riparativa, convinto che le parole abbiano valore solo se accompagnate da un confronto reale.
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Non pensa che i cinque possano comprendere fino in fondo ciò che ha vissuto, perché per farlo avrebbero dovuto trascorrere con lui un periodo lungo e sperimentare la paura di una vita spezzata. Tuttavia, ha visto in ciascuno un movimento, anche minimo, verso una direzione diversa da quella della notte dell’aggressione.
Le intercettazioni in cui alcuni di loro ridevano dopo aver saputo del rischio di paralisi gli hanno provocato paura. Non tanto per il singolo episodio, quanto per l’idea che un ragazzo di 19 anni possa reagire con una risata mentre la propria vita e quella di un’altra persona stanno crollando.
La fede e il sostegno della famiglia
Prima dell’accoltellamento Cavallo si stava riavvicinando a Dio. In rianimazione la madre riuscì a fargli avere un crocifisso, l’unico oggetto ammesso nella stanza, che rimase con lui per tutto il ricovero. Un’infermiera glielo restituì anche dopo la dimissione, un gesto che il giovane ha collegato alla propria riscoperta della fede.
Durante la degenza ricevette moltissime preghiere, raccolte dalla comunità religiosa frequentata dalla madre. Per lui furono un aiuto concreto e ancora oggi sostiene che pregare possa essere utile anche quando non si sa in quale altro modo stare vicino a una persona malata.
La famiglia, intanto, è stata il punto di riferimento costante nei mesi più difficili. In ospedale Cavallo si sentiva limitato e solo, ma la presenza dei suoi cari gli ha dato il sostegno necessario per affrontare il recupero.
La paura non decide più per lui
Uscire la sera talvolta gli fa ancora paura e lo induce a prestare maggiore attenzione. Nonostante questo, non ha rinunciato alle proprie attività. La gratitudine, dice, non è per lui una formula generica, ma un modo concreto di riconoscere e celebrare ogni possibilità rimasta.
Il suo obiettivo è trasformare l’esperienza in qualcosa capace di aiutare altri giovani. La ferita ha modificato il corpo, i tempi e il modo di stare nel mondo, ma non ha cancellato la volontà di essere presente né la speranza che tutti e cinque gli aggressori possano costruire una vita diversa.
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