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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Da dirigente a host: la scelta di Elisabetta per riprendersi il tempo

Dopo anni ai vertici dell’hotellerie e una reperibilità continua, Elisabetta ha trasformato la dependance di famiglia in un rifugio fatto di libri, incontri e lentezza

Nel 2013 Elisabetta si è accorta che il lavoro in albergo stava occupando ogni spazio della sua vita. La disponibilità continua, anche durante la notte, le lasciava poco tempo per gli affetti e per se stessa. Un anno più tardi ha quindi abbandonato la carriera manageriale e ha iniziato ad accogliere viaggiatori nella dependance di famiglia in Liguria.

La nuova attività non è stata soltanto una scelta professionale. Per Elisabetta ha significato riaprire stanze legate alla storia familiare, condividere un giardino e costruire rapporti meno formali con chi arrivava da lontano. La casa, priva di televisione e piena di libri, è diventata così un luogo in cui rallentare e tornare a parlare.


Il tempo ritrovato dopo la carriera

Prima di dedicarsi all’ospitalità indipendente, Elisabetta ha diretto l’albergo più antico d’Italia. L’esperienza le ha insegnato il valore dell’organizzazione, ma anche il peso di un sistema basato su procedure, standard e presenza costante.

«Nel 2013 ero semplicemente sfinita», racconta ricordando quel periodo. Lasciare l’hotel le ha permesso di recuperare energie, riprendere gli studi, conseguire una laurea in Scienze del Turismo e frequentare un Master. Oggi considera la scelta di diventare host un modo per rimettere al centro la propria vita e le relazioni.


Una casa aperta alle storie

La differenza tra l’accoglienza alberghiera e quella offerta nella dependance, spiega Elisabetta, sta soprattutto nella possibilità di condividere spazi autentici. Gli ospiti trovano libri, fotografie e ambienti che hanno custodito per anni la quotidianità della sua famiglia, mentre il giardino favorisce incontri informali e conversazioni davanti a un bicchiere di vino.

L’atmosfera degli alloggi nasce proprio da questa dimensione personale. Camino, musica, quadri e una grande biblioteca sono pensati per offrire a chi viaggia un senso di protezione, quasi un nido lontano da casa. L’obiettivo è permettere agli ospiti di preparare una cena, leggere o ascoltare un disco senza sentirsi obbligati a riempire ogni momento.

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Legami che continuano oltre il soggiorno

Per Elisabetta, il risultato più prezioso del lavoro non coincide con la prenotazione, ma con i rapporti che resistono alla partenza. Ricorda una coppia tedesca arrivata in luna di miele e tornata l’anno successivo con la figlia Nora. Dopo la nascita della seconda bambina, Tilda, la famiglia ha inviato una fotografia promettendo di rivedersi l’anno seguente.

Tra gli altri incontri cita un ospite islandese, che ha organizzato con il suo aiuto una proposta di matrimonio sulla Via dell’Amore, e una scrittrice svizzera rimasta per tre mesi nella struttura mentre lavorava a un libro sulla storia sentimentale dei propri genitori. Dopo il rientro, la donna le ha spedito una copia del volume. «Queste persone non sono clienti», sottolinea Elisabetta.


Silenzio, fiducia e lentezza

Nelle sue strutture non c’è la televisione. La decisione vuole sottrarre il soggiorno alla frenesia quotidiana e lasciare spazio a conversazioni, silenzi condivisi e attività semplici: osservare il fuoco, sfogliare un libro o ascoltare un intero CD.

Anche la fiducia viene costruita prima dell’arrivo. Le recensioni e la verifica dell’identità sulla piattaforma contribuiscono, secondo Elisabetta, a creare un rapporto trasparente tra chi ospita e chi viene ospitato. Un legame che può manifestarsi anche in piccoli gesti: un bicchiere rotto e un biglietto di scuse scritto a mano diventano la traccia di un rispetto reciproco, più importante del danno materiale.

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