Cool Britannia a Londra: il decennio che inventò il presente
Alla Tate Britain, arte, moda, fotografia e rave ricostruiscono la stagione creativa britannica degli anni Novanta e la sua influenza sulla cultura contemporanea.
Una copertina di Vanity Fair con Liam Gallagher e Patsy Kensit avvolti dalla bandiera britannica riassume bene l’ambizione di quegli anni: trasformare musica, moda e celebrità in un’immagine capace di rappresentare un intero Paese. Oggi quella costruzione identitaria appare familiare, ma allora nasceva dall’incontro irregolare di linguaggi che spesso puntavano a rompere le regole.
Dagli Oasis ai Blur, da Alexander McQueen a Stella McCartney, passando per David Beckham, Trainspotting del 1996 e Hugh Grant in Quattro matrimoni e un funerale del 1994, la Gran Bretagna esportò un immaginario riconoscibile ben oltre i confini dell’arte. È questo intreccio, insieme alle sue contraddizioni, il centro di The 90s: Art and Fashion, in programma alla Tate Britain di Londra dall’8 ottobre al 14 febbraio 2027.
Quando la cultura diventò identità
La mostra guarda a una stagione in cui la ripresa dopo la recessione alimentò un clima di fiducia anticonformista. Moda, fotografia, musica, grafica e design finirono per funzionare come parti di un unico laboratorio, nel quale intuizioni nate ai margini si trasformarono in stili condivisi e, talvolta, in vere attività economiche.
La differenza rispetto al presente sta anche nel modo in cui quelle esperienze venivano costruite. Non esistevano ancora le piattaforme dei creatori digitali, le città non ingaggiavano consulenti per apparire alla moda e l’immagine imperfetta non era una scelta studiata. Proprio per questo, molte soluzioni di allora oggi sembrano anticipare la cultura dell’attenzione e il marketing delle esperienze.
L’artista come personaggio pubblico
Nel 1988 Damien Hirst organizzò Freeze in un edificio inutilizzato dei Docklands londinesi. Da quella mostra e da altre iniziative allestite in spazi industriali a basso costo prese forma il gruppo degli Young British Artists, destinato a scuotere l’arte contemporanea con opere provocatorie e un rapporto molto stretto con i mezzi d’informazione e il mercato.
Hirst non costruì soltanto oggetti da esporre: contribuì a creare il contesto, l’attesa e la discussione attorno al proprio lavoro. Nel 1991, con L’impossibilità fisica della morte nella mente di un vivo, mise uno squalo tigre conservato nella formaldeide dentro una teca. L’opera rese inseparabili il gesto artistico, l’immagine dell’autore e la reazione del pubblico, anticipando la figura dell’artista-celebrità.
McQueen e la sfilata-spettacolo
La stessa trasformazione attraversò la moda. Alexander McQueen portò la rappresentazione teatrale dentro le passerelle, senza sacrificare la precisione sartoriale. Nel 1998, durante la presentazione della collezione No.13, Shalom Harlow fu collocata su una pedana rotante e raggiunta da due bracci robotici che le spruzzarono addosso vernice.
L’episodio rese la sfilata un evento irripetibile, capace di lasciare negli spettatori la sensazione di aver assistito a qualcosa di unico. McQueen unì eleganza e inquietudine, trasformando il disagio in una componente espressiva forte. Molti spettacoli contemporanei hanno ripreso quella logica, dalla sala operatoria scelta da Alessandro Michele per Gucci nel 2018 al fango attraversato dalle modelle di Balenciaga nel 2022, sotto la direzione di Demna Gvasalia.
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L’autoproduzione prima delle piattaforme
Negli anni Novanta chi aveva un’idea spesso provava a darle forma senza attendere l’approvazione di un editore, di un marchio o di un’istituzione. Dopo l’esperienza di i-D, nato negli anni Ottanta, nel 1991 arrivò Dazed & Confused, rivista indipendente legata ai mondi giovanili e alla moda.
Anche gli studenti delle scuole di moda organizzavano presentazioni con risorse minime, trasformandole in piccoli spettacoli. Il principio era quello del fai-da-te: costruire il proprio spazio, radunare una comunità e farsi vedere. Oggi questa pratica è sostenuta da strumenti digitali e sistemi che misurano immediatamente il seguito di ogni progetto; allora conservava un carattere più libero, disordinato e non ancora regolato dagli algoritmi.
La fotografia sceglie l’imperfezione
Juergen Teller fu tra i fotografi che contribuirono a incrinare il glamour levigato del decennio precedente. Una sua immagine di Kate Moss è tra i lavori presenti in mostra e rappresenta bene una sensibilità che rinunciava alla perfezione costruita per lasciare spazio a pose più casuali e a una presenza meno controllata davanti all’obiettivo.
Flash aggressivi, sovraesposizioni e inquadrature apparentemente sbagliate diventarono gli elementi di un’estetica più ruvida, quasi anti-moda. Capelli fuori posto, sguardi laterali e atteggiamenti poco preparati sembravano restituire una spontaneità diretta. Oggi quell’effetto viene spesso ricreato attraverso tecnologie sofisticate, trucco, consulenti e ritocchi digitali; allora nasceva molto più spesso dalle condizioni reali dello scatto.
Rave, capannoni e libertà collettiva
La ricerca di autenticità non riguardava soltanto le immagini. I rave portarono migliaia di persone in capannoni, aree industriali e luoghi comunicati all’ultimo momento, dove la musica diventava il punto di partenza di un’esperienza collettiva più ampia.
Non c’erano settori esclusivi pensati per essere fotografati né biglietti di lusso. Il luogo, l’attesa e il senso di appartenenza contribuivano quanto il suono a definire l’evento. Molte manifestazioni musicali attuali hanno ripreso quella formula, trasformandola però in un prodotto organizzato e vendibile.
The 90s: Art and Fashion osserva così una Gran Bretagna capace di convertire la ribellione in linguaggio pubblico. Idee nate per sottrarsi alle gerarchie finirono per diventare codici utilizzati nella moda, nella comunicazione, nella musica e nella costruzione delle identità contemporanee.
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