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Lifestyle 4 min di lettura30 set

Claudio Calò, la svolta dopo i 50: quando la moda lascia spazio alla scrittura

Con Tobia Tillerman fuori stagione, l’autore trasforma il backstage del fashion system in una riflessione su ambizione, identità e desideri rimasti in sospeso.

A volte una vocazione non scompare: resta in attesa finché la vita non offre gli strumenti per darle una forma. È ciò che è accaduto a Claudio Calò, arrivato al romanzo dopo decenni trascorsi nella moda e un percorso professionale internazionale. Il suo sentirsi “fuori stagione” coincide soprattutto con l’età dell’esordio, lontana dall’idea tradizionale di formazione letteraria giovanile.

Nel libro, però, il tema riguarda anche il rapporto con ciò che si ama davvero. Tobia si trova a osservare una passione consumata dal mestiere e riconosce il rischio di aver lasciato che il lavoro occupasse ogni spazio, fino a rendere irriconoscibile il desiderio iniziale.


Una vocazione rimasta in attesa

Calò ha cominciato a immaginare questo romanzo quando era ragazzo, ma soltanto dopo i cinquant’anni ha trovato il momento per pubblicarlo. La storia è uscita il 15 settembre per Rizzoli e rappresenta il suo debutto narrativo, maturato dopo una lunga esperienza nella comunicazione e nel sistema della moda.

Nato a Milano nel 1975, l’autore ha abbandonato nel 2018 il lavoro aziendale nel settore, pur continuando a occuparsene come consulente e docente. Attualmente ricopre l’incarico di direttore marketing del Gruppo Feltrinelli. La scrittura, rimasta per molto tempo ai margini, è riemersa quando Calò ha deciso di fermarsi e interrogarsi sulla direzione presa: «Aspetta, ma cosa sto facendo?».

Quella pausa ha aperto uno spazio per una domanda diversa dalla semplice ambizione professionale. Dopo anni dedicati alla crescita, ai contesti internazionali e alla ricerca di nuove occasioni, l’autore ha iniziato a chiedersi se quella vita gli piacesse ancora o se fosse diventata soltanto un’abitudine da sostenere.


Tobia cerca un posto nel mondo

Il protagonista, uno stylist che si muove tra Milano, Londra e New York, vive dentro un ambiente in cui l’identità cambia con la stessa rapidità delle collezioni. Il titolo richiama la sua posizione instabile tra luoghi, esperienze e appartenenze, ma allude anche ai cicli della moda e alle diverse età dell’esistenza.

Il rapporto con Diego porta questa inquietudine sul terreno dei sentimenti. I due vivono in modo molto diverso il proprio ruolo nel mondo e la loro relazione diventa così anche una domanda sulla possibilità di amarsi quando manca una percezione condivisa di sé.

Attraverso Tobia, Calò osserva inoltre il rischio che il mestiere finisca per cancellare l’impulso da cui tutto era partito. Quando il protagonista sorprende Maralto mentre disegna, intuisce che il lavoro ha sottratto al designer proprio l’attività che un tempo lo appassionava. Da quella scena nasce il confronto con una versione possibile di sé, ancora legata alla creatività e non soltanto alla prestazione.

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Nel backstage l’assurdo è credibile

Le situazioni più eccentriche del romanzo prendono spunto dall’esperienza, ma non corrispondono alla ricostruzione di singoli episodi. Una modella avanza richieste quasi impossibili, un designer reagisce a una recensione cancellando la propria pubblicità da un giornale e alcuni paparazzi vengono ingaggiati perché quelli autentici non si presentano.

Anche la lista di oggetti pretesa da una modella nasce da un episodio realmente capitato all’autore, ma il materiale è stato modificato, ampliato e inserito in una trama nuova. Nessuna scena, dunque, è accaduta esattamente come viene raccontata.

Il metodo di Calò è dichiarato già nelle prime righe del libro: «Eccomi di nuovo a travestire la verità». La finzione non serve a trascrivere la cronaca, bensì a raggiungere una forma di autenticità attraverso personaggi inventati e vicende plausibili.


Moda tra giudizi e dipendenze

Nel caso di Maralto, il romanzo mette in scena il conflitto tra critica e interessi commerciali. Una recensione sfavorevole spinge il designer a ritirare la campagna pubblicitaria dal giornale, facendo emergere la fragilità economica di molte testate.

Secondo Calò, la riduzione delle entrate ha aumentato il peso degli inserzionisti, senza significare automaticamente la fine della stampa. Il problema riguarda piuttosto l’equilibrio tra autonomia editoriale e risorse provenienti dai marchi.

La moda, intanto, viene descritta ciclicamente come un settore senza idee, in crisi o prossimo alla fine. L’autore lega questa tendenza alla natura culturale del sistema, nel quale il giudizio personale contribuisce a definire autorevolezza e valore. Ogni stagione sembra mettere in discussione quella precedente, mentre resta aperto il dubbio se si tratti di un passaggio temporaneo o di una trasformazione più profonda.

A questa instabilità simbolica si aggiunge la questione della sostenibilità economica. Per Calò, il settore tende a presentare ogni cambiamento come una destinazione definitiva, invece di leggerlo come una tappa di un processo ancora in corso.

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