Chanel lascia un indizio, Celine tace: la nuova moda senza trama
A Parigi Chanel suggerisce un racconto futuro, mentre Celine, Givenchy e Loewe affidano l’identità delle collezioni soprattutto a immagini, forme e atmosfera.
Un nido d’uccello fotografato da David Bailey è l’unico indizio con cui Matthieu Blazy prepara il prossimo appuntamento di Chanel. L’immagine, priva di parole e caratteri tipografici, gioca sul contrasto tra essenzialità e significato: sembra non dire nulla, ma lascia intuire una storia ancora da costruire.
A Celine, invece, il racconto si ferma a formule come «Grandi emozioni» e «guardaroba emotivo», affidate al breve testo diffuso dai due stilisti dopo la sfilata. Michael Rider sceglie quindi una comunicazione asciutta, quasi programmatica, che accentua il confronto con Hedi Slimane, maestro nell’elaborare attraverso le immagini l’identità di una casa di moda.
Celine cerca una nuova voce
L’allestimento di Celine conserva tuttavia una forte componente evocativa. Un grande tendone, sormontato da una copertura in fibre vegetali, richiama paesaggi tropicali sospesi tra Hawaii e Bora Bora; da qui nasce anche l’interpretazione che lo avvicina alla luminosa languidezza di *Lullaby*, romanzo di J.M.G. Le Clézio.
Rider, già attivo da Balenciaga durante le direzioni creative di Nicolas Ghesquière e Phoebe Philo, porta nella casa francese un’idea di abbigliamento elegante ma disinvolto, arricchita da accenti sperimentali. La sua esperienza da Ralph Lauren completa un profilo capace di unire gusto commerciale e ricerca, ma resta aperta la domanda su quale racconto accompagnerà davvero questa nuova fase.
Tre collezioni senza spiegazione
La stagione Primavera-estate 2027 della Paris Fashion Week sorprende proprio per la misura con cui alcune delle sue proposte più attese rinunciano a spiegarsi. In un sistema abituato a intrecciare abiti, scenografie, personaggi celebri e testi d’accompagnamento, Givenchy, Loewe e Celine lasciano la trama sullo sfondo.
La scelta non indebolisce necessariamente le collezioni, che mostrano personalità e ambizione. Il dubbio riguarda piuttosto il rapporto tra l’impatto visivo e la necessità, tradizionalmente associata alla moda, di trasformare ogni uscita in un capitolo di una storia più ampia.
Givenchy punta sulla presenza
Givenchy costruisce una figura femminile autorevole, immaginata come una dirigente capace di passare, nell’arco della giornata, dalla severità del ruolo a una seduzione ispirata alla falena. Tagli, palette cromatica, gioielli, calzature e scelta delle modelle concorrono a definire una sensualità controllata, mai ostentata, insieme a un’idea di potere esibito senza esitazioni.
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Marisa Berenson ha apprezzato il risultato, così come le numerose celebrità internazionali presenti, tra cui Jeonghan e Shueo Ohira. Sarah Burton, forte degli anni trascorsi accanto ad Alexander McQueen, ha riassunto il progetto con parole essenziali: «Cercavo un senso di equilibrio e chiarezza. Un guardaroba che apporti precisione e semplicità al nostro modo di vestirci, mentre navighiamo a tutta velocità tra le molteplici prospettive e il movimento perpetuo che caratterizzano le nostre vite.»
Loewe cambia energia
In un anfiteatro completamente bianco, Jack McCollough e Lazaro Hernandez presentano una Loewe attraversata da un dinamismo nuovo. Colori, proporzioni e costruzioni rinnovano l’immagine della casa spagnola, fondata nella seconda metà del XIX secolo, senza cancellarne il legame con la tradizione artigianale.
Il duo, conosciuto per aver creato Proenza Schouler negli Stati Uniti, evita di ripercorrere il territorio legato al precedente direttore creativo Jonathan Anderson, oggi da Dior. Nel comunicato di sette righe che accompagna la sfilata compaiono «le esuberanze del barocco spagnolo. La costa del New England. L’Andalusia inondata dal sole». Sono riferimenti suggestivi, ma non abbastanza definiti da chiarire la vicenda raccontata dalla collezione.
Il risultato resta premiato dall’energia e dalla modernità, mentre il significato complessivo rimane volutamente sfuggente. La distanza rispetto ad altri creativi è evidente: Pierpaolo Piccioli da Balenciaga, Stefano Gallici da Ann Demeulemeester, Alessandro Michele da Valentino e Daniel Roseberry da Schiaparelli affidano spesso alle parole un ruolo molto più consistente.
Per la moda, dunque, il problema non è soltanto trovare una storia, ma decidere quanto sia necessario raccontarla. A Parigi, per questa stagione, alcune case hanno scelto di lasciare che siano atmosfera, materia e silhouette a occupare il posto normalmente riservato alla narrazione.
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