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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Caso Garlasco, perché tutti vogliono avere ragione

La psicoterapeuta Marinella Cozzolino analizza il ruolo di incertezza, social e sfiducia nelle autorità

Il 3 novembre 2026 la Procura di Pavia ha chiesto il rinvio a giudizio di Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi.

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Il bisogno di essere ascoltati

Secondo la psicoterapeuta Marinella Cozzolino, il coinvolgimento nel caso non nasce soltanto dal desiderio di capire che cosa sia successo. Per alcune persone, esprimere una teoria significa anche cercare conferme sul proprio intuito e ottenere il riconoscimento degli altri.

«Dire la propria, essere ascoltati e, soprattutto, avere ragione è il focus di questo momento storico», ha spiegato Cozzolino. Nel caso di Garlasco, l’assenza di una ricostruzione ritenuta da tutti definitiva aumenta la gratificazione legata all’idea di aver individuato un dettaglio decisivo.


Le tifoserie nelle reti sociali

Il confronto online può trasformare l’analisi di una vicenda giudiziaria in una gara tra posizioni contrapposte. La psicoterapeuta ha paragonato le piattaforme digitali ai luoghi di discussione quotidiana: «Come in ogni situazione di cui si arriva a discutere al bar (I social sono i nuovi bar) si creano tifoserie. L’obiettivo è individualistico: avevo ragione io. Io ho avuto l’idea più acuta».

Una volta scelta una spiegazione, diventa più facile dare maggiore peso agli elementi che la sostengono e trascurare quelli discordanti. È il meccanismo noto come distorsione di conferma, che può irrigidire le convinzioni e rendere il dibattito meno disponibile a considerare nuove informazioni.


Una vicenda ancora seguita

L’omicidio di Chiara Poggi risale al 13 agosto 2007 e, a quasi vent’anni di distanza, continua a occupare cronache, conversazioni private e piattaforme digitali. Andrea Sempio respinge le accuse e, fino a un’eventuale sentenza definitiva, resta tutelato dalla presunzione di innocenza. Per il delitto Alberto Stasi è stato condannato con sentenza irrevocabile.

La richiesta della Procura di Pavia ha riacceso un interesse già alimentato dal riavvio degli accertamenti e dal confronto tra diverse ricostruzioni. Ogni elemento nuovo viene così esaminato, discusso e utilizzato per sostenere una lettura oppure per metterla in dubbio.


Il peso dell’incertezza

Cozzolino ritiene che seguire con continuità una storia complessa possa diventare anche un modo per spostare temporaneamente l’attenzione da altre preoccupazioni. «Come tutti i pensieri ossessivi, anche questo, serve a non pensare ad altro. A non vedere tutto il resto», ha affermato.

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La vicenda offre infatti un problema esterno e circoscritto, con protagonisti riconoscibili, contraddizioni da esaminare e possibili risposte da cercare. Concentrarsi su indizi e ricostruzioni può assorbire energie mentali, soprattutto quando l’esito appare ancora incerto.


Quando l’autorità viene messa in dubbio

Un altro elemento riguarda il rapporto con gli esperti e con le istituzioni. «Il fatto che, come sembra, la giustizia ha sbagliato, autorizza i comuni cittadini a dire la propria. Sembra una gara a chi ha l’intuizione migliore», ha osservato la psicoterapeuta.

Quando un’autorità viene considerata fallibile, le competenze specifiche possono perdere credibilità agli occhi del pubblico. Le opinioni personali, al contrario, acquistano spazio e l’osservazione di alcuni dettagli può sembrare sufficiente per formulare una conclusione autonoma.


La ricerca di una risposta

La psicologia descrive un ulteriore fattore con l’espressione bisogno di chiusura cognitiva: è la tendenza a preferire risposte nette quando una situazione resta ambigua. Un caso giudiziario ricco di interrogativi può quindi alimentare il desiderio di arrivare a una spiegazione definitiva.

Le ricerche hanno esaminato il rapporto tra questo bisogno e il modo in cui le persone selezionano le informazioni o rafforzano la fiducia nelle proprie convinzioni. Nel dibattito su Garlasco, ogni novità può diventare una conferma per chi ha già scelto una posizione oppure un motivo per rivederla.

Questo non significa che esista una sola ragione per spiegare l’attenzione suscitata dalla vicenda. Il coinvolgimento può nascere dall’interesse per la cronaca nera, dalla paura, dalla curiosità, dal bisogno di ordine o dalla ricerca di approvazione. Resta però la distinzione tra le interpretazioni diffuse sul web e gli elementi valutabili nelle sedi giudiziarie: il consenso raccolto online non dimostra la validità di un’ipotesi.

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