Carla Cerati, Milano negli occhi: la mostra che riapre una storia scomoda
Palazzo Reale celebra i 100 anni dalla nascita della fotografa e scrittrice attraverso immagini, romanzi e il racconto della figlia Elena Ceratti.
Milano fu per Carla Cerati molto più di uno sfondo: nelle sue fotografie diventò il ritratto di una società lanciata verso il cambiamento. Le fabbriche, i quartieri periferici, i luoghi del divertimento, le manifestazioni politiche e la Fiera Campionaria raccontano una città sospesa tra il boom economico e le tensioni che avrebbero segnato i decenni successivi.
A Palazzo Reale, nel centenario della nascita della fotografa – Bergamo, 3 marzo 1926 – una grande retrospettiva ne ripercorre il lavoro. A guidare il racconto è la figlia Elena Ceratti, il cui cognome porta una “t” aggiuntiva dovuta a un errore anagrafico, senza che questo abbia intaccato la profondità del rapporto con la madre.
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Milano diventa un laboratorio visivo
Cerati cominciò a osservare Milano nei primi anni Sessanta, restituendone trasformazioni e contraddizioni. Nelle sue immagini compaiono l’hinterland, la Rinascente, le operaie della Siemens durante la pausa, i dancing e la politica: frammenti di una modernizzazione che stava modificando il volto della città.
Il suo sguardo non si fermava alla superficie degli eventi. Come ricorda Elena Ceratti, la madre era interessata a “vedere come viveva la gente” e usava la macchina fotografica per entrare in contatto con ambienti, persone e situazioni molto diversi tra loro. Da questa curiosità nacque un archivio capace di documentare un’epoca senza rinunciare alla sensibilità personale.
Le immagini che cambiarono lo sguardo
Tra i capitoli più duri della sua attività c’è il lavoro realizzato negli ospedali psichiatrici insieme a Gianni Berengo Gardin. Il progetto nacque dall’iniziativa di Franco Basaglia e Franca Ongaro, intenzionati a mostrare le condizioni in cui vivevano i pazienti degli istituti italiani.
L’ingresso nei manicomi spaventava Cerati. Per affrontare quell’esperienza chiese a Berengo Gardin di accompagnarla, ma il fotografo volle partecipare con un ruolo autonomo. A Firenze, Gorizia e Colorno i due si trovarono davanti a persone private della libertà e della dignità; l’impatto fu tale che, dopo la visita al manicomio fiorentino, finirono per prendere il treno nella direzione sbagliata.
Le fotografie confluirono in *Morire di classe* e divennero una testimonianza decisiva contro il sistema manicomiale. La pubblicazione rese visibile una realtà che non poteva più essere ignorata, anche se sarebbero passati altri 12 anni prima dell’approvazione della Legge Basaglia e della chiusura definitiva dei manicomi.
Una libertà conquistata senza sosta
La fotografia arrivò nella vita di Cerati quando cercava una strada indipendente. Da giovane aveva superato l’esame di ammissione all’Accademia di Brera, ma il padre, contrario a quella scelta per una donna, la convinse a rinunciare. In seguito, l’incontro con Roberto Cerati, destinato a diventare una figura importante della casa editrice Einaudi, la portò in una famiglia legata alla letteratura e alla cultura.
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Il matrimonio e la maternità non cancellarono il suo desiderio di uscire dall’ambiente domestico. La separazione dei genitori di Elena arrivò quando la figlia aveva 12 anni, ma Carla e Roberto continuarono a frequentarsi per tutta la vita nella casa di via Correggio 11, a Milano, trasformata anche in studio fotografico. Lì la fotografa incontrava scrittori e intellettuali, tra cui Italo Calvino, che divenne suo amico e maestro.
Corpi, teatro e identità
Il teatro rappresentò il primo vero banco di prova professionale. La sera Cerati aveva maggiore libertà dagli impegni familiari e iniziò a fotografare gli spettacoli; alcune immagini furono acquistate dal regista Franco Enriquez. Nel 1967, al Teatro Durini di Milano, l’incontro con l’*Antigone* del Living Theatre le permise di concentrarsi sui corpi, sui gesti e sulla forza fisica della scena.
Da quell’esperienza sviluppò anche una ricerca sul nudo. Dopo aver fotografato un uomo su richiesta di un amico, senza però apprezzare il risultato, decise di rivolgersi al corpo femminile. Non cercò modelle professioniste: utilizzò persone della sua cerchia, comprese la figlia, amiche, parenti e colleghe, eliminando ogni elemento superfluo per concentrarsi sulle forme reali.
La donna dietro l’obiettivo
Elena descrive la madre come una personalità difficile da racchiudere in una sola definizione. Carla era fotografa, scrittrice, sarta autodidatta e femminista; amava curare il proprio abbigliamento e arrivava a confezionare da sola gli abiti per le occasioni pubbliche. Secondo la figlia, aveva anche immaginato modelli dalla linea trapezoidale prima che diventassero una moda diffusa.
Il rapporto tra madre e figlia, tuttavia, fu complesso. Elena racconta di avere sofferto per 10 anni di anoressia e collega quella fragilità alla particolare struttura della famiglia, nella quale il padre era immerso nella letteratura e la madre nella fotografia. L’affetto non mancava, ma la relazione rimase segnata da incomprensioni e distanza.
Cerati fu inoltre profondamente vicina alla sinistra e seguì il figlio Federico durante gli anni delle proteste, dei processi e degli episodi più controversi del ’68, compresi il caso Calabresi, Lotta Continua e la morte di Pinelli. Alcune manifestazioni la coinvolsero direttamente e in un’occasione fu arrestata; durante la settimana trascorsa in carcere, la figlia le portava ogni giorno del formaggio perché non sopportava il cibo che le veniva servito.
La retrospettiva di Palazzo Reale riunisce così le diverse anime di una creativa instancabile: la cronista della vita pubblica, l’autrice capace di indagare i legami familiari nei romanzi, la fotografa dei corpi e delle ingiustizie, la donna che fece della libertà una ricerca permanente.
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