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Ansia e futuro, la lezione zen: «Non sapere è la cosa più intima

Elena Seishin Viviani riflette su impermanenza, pratica e responsabilità nel dialogo con Giovanni Nubile a Torino Spiritualità

L’incertezza non è soltanto una minaccia da contenere: può diventare lo spazio in cui il cambiamento prende forma. È questo uno dei punti centrali della riflessione di Elena Seishin Viviani, monaca buddhista e guida spirituale del Tempio Enkuji di Torino, impegnata anche nel dialogo tra religioni e vicepresidente dell’Unione Buddhista Italiana.

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L’incertezza non è una condanna

Per descrivere l’atteggiamento suggerito dal Buddhismo davanti alla precarietà, Viviani indica il concetto di impermanenza, mujō in giapponese e anicca in pāli. Tutto muta, compresa la sofferenza: proprio per questo nessuna condizione dolorosa è necessariamente definitiva e ogni trasformazione resta possibile.

L’ansia, spiega, nasce dal tentativo di ottenere garanzie su ciò che ancora non esiste. La pratica non elimina il dubbio e non invita alla passività, ma insegna a non riempire il futuro di paure, concentrandosi sull’azione concreta che si può compiere nel presente. A sostegno di questa idea richiama un antico dialogo zen: quando il maestro Dizang Guichen chiede al giovane Fayan Wenyi dove sia diretto, riceve come risposta «Non lo so». La replica è: «Non sapere è la cosa più intima».


Una voce femminile nella Via

La presenza delle donne nella storia buddhista è legata a figure che hanno dovuto conquistare con determinazione il diritto alla pratica e all’insegnamento. Viviani cita Mahāpajāpatī, la madre adottiva del Buddha, che affrontò un lungo cammino a piedi nudi insieme ad altre donne per chiedere l’ordinazione, e ricorda le Therīgāthā, raccolta tra le più antiche testimonianze di esperienza spirituale femminile.

Nel XIII secolo Dōgen Zenji affermava che il Dharma non appartiene a un genere e che una donna capace di realizzare la Via merita lo stesso riconoscimento riservato a ogni maestro. Secondo Viviani, le istituzioni buddhiste hanno spesso risentito di modelli sociali gerarchici, soprattutto in Oriente; in Occidente, invece, l’incontro con società diverse ha favorito l’accesso delle donne a ruoli di guida. Il loro contributo, precisa, non dipende da una presunta maggiore spiritualità, ma dall’esperienza di chi ha dovuto ottenere spazio e sa quindi quanto contino inclusione, ascolto e cura dei legami.


La pratica cambia il modo di stare

Anche il percorso monastico viene spesso interpretato come un allontanamento dalla realtà. Per Viviani, invece, prendere i voti significa assumere una forma radicale di servizio: nella tradizione zen il monaco lascia la casa non per sottrarsi agli altri, ma per mettersi a disposizione di tutti gli esseri. Il riferimento evangelico all’essere «nel mondo ma non del mondo» esprime, a suo avviso, un equilibrio tra coinvolgimento e distacco.

Il silenzio meditativo non coincide con la semplice assenza di suoni. È piuttosto il punto da cui tornare alle responsabilità quotidiane con maggiore lucidità, senza aggiungere confusione alla confusione. Anche nelle giornate frammentate dagli impegni, sostiene la monaca, si può trovare uno spazio interiore che non interrompe la vita attiva, ma contribuisce a orientarla.

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Lasciare la presa sull’io

Tra gli attaccamenti più difficili da abbandonare Viviani indica il desiderio di migliorarsi attraverso la pratica. Il Buddhismo, chiarisce, non è una tecnica per conquistare facoltà eccezionali: consiste nel riconoscere la propria natura senza sovrapporvi nuovi obiettivi. Cercare un risultato spirituale rischierebbe così di trasformarsi in un’ulteriore forma di attaccamento.

La monaca richiama l’insegnamento di Dōgen: «Studiare la Via del Buddha significa studiare se stessi; studiare se stessi significa dimenticare se stessi». Lasciare andare il piccolo io non equivale necessariamente a perdere; la mano aperta, osserva, può accogliere molta più sabbia di un pugno chiuso. Nello Zen, dunque, guadagno e perdita non sono misure assolute, perché appartengono al modo con cui l’io valuta l’esperienza.


Il presente come gesto concreto

Di fronte alla velocità imposta dalla vita contemporanea, il primo esercizio indicato da Viviani è accorgersi del respiro. Non occorre modificarlo: basta riconoscerne la presenza e sentire che il corpo si trova già nella stanza, sulla sedia, sui propri piedi. Questo ritorno alla realtà interrompe almeno per un momento la corsa mentale verso un futuro ancora inesistente o verso un passato che non può tornare.

Fermarsi, nella sua prospettiva, non significa smettere di agire. Vuol dire evitare di sovraccaricare l’esperienza con pensieri e reazioni automatiche, così da ritrovare una base più limpida per ogni scelta. È da questa attenzione, capace di rivolgersi verso l’interno, che può nascere un modo diverso di stare nelle relazioni e nel tempo.


Una lampada senza proprietario

Questa visione era al centro dell’incontro con l’antropologo Giovanni Nubile, organizzato a Torino Spiritualità, festival promosso dalla Fondazione Circolo dei lettori di Torino. La figura di Viviani, lontana da un’impostazione soltanto teorica, unisce la pratica religiosa alle questioni sociali e alle tensioni della contemporaneità.

Un’immagine della maestra Aoyama Roshi aiuta a comprenderne il significato: una lampada lasciata accesa alla finestra di una casa di montagna può guidare un viandante nella notte, senza che chi l’ha collocata sappia chi ne riceverà il beneficio. È un gesto privo di possesso e di attesa, una forma discreta di cura. Per Viviani, la spiritualità dovrebbe assomigliare proprio a quella luce: non un rifugio separato dal mondo, ma un’attenzione capace di accompagnare chiunque si trovi a passare.

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