Alle OGR Torino l’arte esplora fisica e infinito
Fino al 25 febbraio 2027, opere, cinema ed equazioni indagano i limiti della conoscenza
Alle OGR Torino è visitabile The Quantum Effect, mostra dedicata al rapporto tra arte, scienza e realtà. L’esposizione resterà aperta fino al 25 febbraio 2027 e riunisce opere, filmati, dispositivi sperimentali ed equazioni matematiche.
GioiaPura
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Lo sguardo dentro l’opera
Tra i lavori più rappresentativi c’è l’Infinity Mirror Room di Yayoi Kusama, The Eternally Infinite Light of the Universe Illuminating the Quest for Truth. Luci, riflessi e ripetizioni dilatano lo spazio e mettono in discussione la separazione tra individuo e universo.
L’installazione porta al centro una domanda legata alla fisica quantistica: la realtà esiste indipendentemente da chi la osserva oppure viene influenzata dallo sguardo? Jacqui Davies, una delle curatrici, osserva che «lo spettatore non è esterno all’opera d’arte». La presenza del pubblico diventa così parte dell’esperienza e moltiplica le possibili letture dei lavori.
Il percorso riflette sul ruolo dell’osservatore nella costruzione di ciò che vede. La mostra non propone una risposta univoca, ma accosta prospettive artistiche e scientifiche senza trasformare l’una nell’illustrazione dell’altra.
Arte, formule e cinema
A curare il progetto sono Daniel Birnbaum, curatore svedese attivo sulla scena internazionale, e Davies, curatrice e produttrice cinematografica con base a Londra. L’iniziativa è stata presentata in concomitanza con Artissima e coinvolge artisti come Cerith Wyn Evans, Isa Genzken, Tomás Saraceno, Mark Leckey, Rirkrit Tiravanija, Elaine Sturtevant e Man Ray.
La mostra mette sullo stesso piano linguaggi differenti: dalle arti visive al cinema, dalla sperimentazione alle formule matematiche. Davies spiega che l’obiettivo è riconoscere «la validità di ciascuno di questi linguaggi», lasciando che ognuno mantenga la propria autonomia.
Tra i riferimenti scientifici compare l’esperimento della doppia fenditura, che evidenzia il comportamento della luce e della materia sia come particelle sia come onde. Birnbaum racconta inoltre che le equazioni sono esposte direttamente: per molti visitatori rimangono indecifrabili, mentre per chi possiede una preparazione matematica avanzata possono esprimere una particolare forma di perfezione.
Per questo lavoro i curatori hanno collaborato con Ulf Danielsson, segretario del Comitato Nobel per la Fisica. Le formule richiamano figure come Werner Heisenberg, Erwin Schrödinger e Niels Bohr e vengono presentate come oggetti dotati di una qualità estetica diversa da quella di un dipinto o di una fotografia.
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Il monolite e l’ignoto
A collegare idealmente le diverse sezioni è il monolite nero di 2001: Odissea nello spazio, il film di Stanley Kubrick. La sua forma richiama anche quella del catalogo della mostra e introduce temi come l’ignoto, la trasformazione e il limite della conoscenza.
Il riferimento al cinema non serve soltanto a evocare la fantascienza. Il monolite rappresenta una domanda lasciata aperta: fino a dove può spingersi l’essere umano quando si confronta con ciò che non riesce ancora a spiegare?
La realtà oltre ciò che vediamo
The Quantum Effect prende il nome dai fenomeni che non possono essere descritti attraverso le sole leggi della fisica classica e richiedono gli strumenti della meccanica quantistica. Il progetto affronta così il rapporto tra materia e vuoto, i paradossi di spazio e tempo e l’ipotesi di realtà molteplici.
Davies ricorda che, dall’inizio del Novecento, i calcoli della fisica hanno messo in crisi le categorie abituali del mondo osservabile. Le stesse questioni hanno attirato artisti, scrittori, filosofi e registi, interessati alle contraddizioni e alle possibilità ancora aperte del reale.
Secondo Birnbaum, la teoria quantistica suggerisce che l’universo potrebbe non essere completamente accessibile alla ragione umana. L’arte affronta questo limite attraverso l’esperienza: come ha spiegato il curatore, può produrre «forme di esperienza» che sfuggono al tentativo costante di ricondurre ogni cosa a un concetto.
La mostra accosta quindi il rigore delle formule e la percezione sensibile delle opere. La matematica organizza ciò che non è immediatamente visibile; l’arte, invece, può renderne avvertibile l’enigma senza pretendere di scioglierlo.
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