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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

AI a scuola: il vero rischio non è copiare, ma perdere il controllo

Rita Cucchiara invita a usare l’intelligenza artificiale come strumento di supporto, senza rinunciare alle conoscenze di base, al senso critico e alla responsabilità

Il punto non è se l’intelligenza artificiale entrerà stabilmente nelle aule: lo ha già fatto. Il tema decisivo è capire come utilizzarla senza lasciare che sostituisca l’impegno personale, il confronto tra studenti e la capacità di verificare ciò che produce.

Rita Cucchiara, rettrice dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e studiosa di intelligenza artificiale, considera queste tecnologie un possibile sostegno al percorso formativo. A suo avviso, però, il loro impiego richiederà maggiore consapevolezza da parte di insegnanti e studenti, soprattutto perché le risposte automatiche non sono sempre corrette.

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Il controllo resta una competenza chiave

La preoccupazione più immediata riguarda il rischio che gli studenti ricorrano all’AI per svolgere i compiti, finendo per ragionare meno e per ridurre il confronto con i compagni. Cucchiara non pensa tuttavia che l’apprendimento perderà valore solo perché le macchine possono fornire informazioni in pochi istanti.

Il paragone da lei proposto è quello della calcolatrice: oggi permette di risolvere rapidamente operazioni complesse, ma chi ha imparato a eseguirle è in grado di individuare un risultato improbabile. «Dobbiamo sviluppare sempre di più le capacità di controllo», ha spiegato, sottolineando che la preparazione serve anche a riconoscere gli errori generati dagli strumenti digitali.

Per questo, secondo la rettrice, non sarà sufficiente accettare la prima risposta disponibile. Sarà necessario risalire alle fonti, confrontare le informazioni e mantenere un atteggiamento critico verso i contenuti prodotti dall’intelligenza artificiale.


Più personalizzazione nei percorsi

L’introduzione dell’AI non dovrebbe cancellare le discipline tradizionali. Storia, economia, ingegneria e medicina continueranno a richiedere conoscenze specifiche, mentre agli studenti servirà anche una preparazione di base sul funzionamento dei sistemi intelligenti, ormai parte degli strumenti di uso quotidiano.

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Il cambiamento più rilevante potrebbe riguardare il modo di costruire i percorsi individuali. Esistono già applicazioni pensate per sostenere gli studenti con disabilità o con disturbi specifici dell’apprendimento, e l’obiettivo futuro è adattare maggiormente insegnamento, interessi e aspirazioni personali.

«Non ci sarà un architetto uguale a un altro architetto», ha osservato Cucchiara, riferendosi a un mercato del lavoro nel quale le competenze saranno sempre più varie. L’università, quindi, potrebbe combinare insegnamenti diversi per aiutare ciascuno a definire una direzione più adatta alle proprie inclinazioni.


L’università cerca nuove strade

L’orientamento è particolarmente importante dopo la scuola superiore. Molti ragazzi interrompono gli studi già al primo anno universitario; percorsi più flessibili e personalizzati potrebbero aiutarli a trovare una formazione più vicina alle loro capacità e contribuire ad aumentare il numero dei laureati, considerato il bisogno di competenze specializzate.

L’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia sta già lavorando su questi temi attraverso l’AI Center. Le attività comprendono ambiti differenti, dal progetto Elliot, che collega i supercalcolatori europei, alla ricerca sulle macchine autonome.

Resta inoltre il problema dei dati. I sistemi di intelligenza artificiale apprendono dalle informazioni che vengono raccolte e possono individuare modalità efficaci per orientare le nostre scelte. La responsabilità riguarda dunque sia chi alimenta questi strumenti sia chi li utilizza: l’educazione dovrà fornire gli strumenti per comprenderli, valutarli e usarli senza trasformarli in un sostituto del pensiero.

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