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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Primo lavoro a rischio: l’AI può chiudere la porta ai giovani

La tecnologia può alleggerire le mansioni, ma la riduzione dei ruoli junior rischia di ostacolare l’apprendimento e l’ingresso delle nuove generazioni.

«Chiunque lavorerà nei prossimi 20 o 30 anni vedrà probabilmente il proprio lavoro cambiare drasticamente, anche più volte», avverte Filippo Lubrano, imprenditore digitale con Metaphora e autore de *Il lavoro senza di noi* (Tlon). Per questo, sostiene, la curiosità e l’aggiornamento continuo saranno strumenti indispensabili, qualunque sia il settore di appartenenza.

In Italia il cambiamento potrebbe coinvolgere quasi 9 milioni di occupati. Bankitalia considera infatti altamente esposte all’intelligenza artificiale soprattutto le professioni amministrative, seguite da programmatori, avvocati e specialisti della comunicazione.

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Il vero nodo sono i ruoli junior

L’impatto dell’AI non coincide necessariamente con la scomparsa di un mestiere. In molti casi indica una revisione delle attività, con strumenti capaci di svolgere una parte del lavoro e di aumentare la produttività. Il problema più delicato riguarda però chi deve ancora cominciare: se le mansioni di base vengono affidate alle macchine, si riducono anche le occasioni per imparare sul campo.

Negli Stati Uniti, secondo una ricerca di Stanford, tra i 22 e i 25 anni l’occupazione è diminuita del 13 per cento nei lavori maggiormente esposti all’intelligenza artificiale. Lubrano racconta che perfino i laureati degli atenei più prestigiosi possono aspettare due anni e mezzo prima di entrare nel mercato, perché per un’azienda può essere più semplice ricorrere a un sistema automatizzato che formare una risorsa alle prime armi.


Nove milioni di lavoratori esposti

Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, ha definito questo fenomeno uno “tsunami lento” destinato a colpire in modo particolare chi cerca il primo impiego. In Europa non sono ancora emersi segnali analoghi a quelli statunitensi secondo Eurofund, ma la tendenza potrebbe manifestarsi con ritardo.

La trasformazione sta già modificando il rapporto tra organici e carichi di lavoro. «Ci sono sempre meno persone che fanno sempre più cose», osserva Lubrano: chi non riesce a prendere parte alla rivoluzione tecnologica rischia di risultare più facilmente sostituibile. Da qui l’importanza di costruire competenze nuove e di rinnovarle nel tempo.

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Produttività e timori a confronto

I dati raccolti da LinkedIn mostrano una percezione in crescita tra gli occupati italiani. Tra maggio e settembre, il 52 per cento ha riconosciuto alle competenze legate all’AI un valore per la propria carriera, contro il 43 per cento rilevato tra settembre e dicembre 2025. Il 64 per cento ha inoltre affermato che questi strumenti rendono il lavoro più efficiente, rispetto al 52 per cento precedente.

Resta la domanda su quanto le società siano preparate a una trasformazione così ampia. Il Fondo monetario internazionale stima che a livello globale il 40 per cento dei posti possa essere interessato dall’intelligenza artificiale, senza che ciò implichi automaticamente la cancellazione delle relative professioni.


La promessa delle settimane più brevi

Già nel 1930 John Maynard Keynes immaginava che, nell’arco di un secolo, il progresso avrebbe portato l’orario medio a circa 15 ore settimanali. L’economista inglese non poteva prevedere il ruolo dell’intelligenza artificiale, né assistere al lavoro di Alan Turing: il matematico pubblicò nel 1950 il test pensato per valutare se una macchina fosse capace di comportarsi in modo intelligente, quattro anni dopo la morte di Keynes.

Oggi, in Europa, i contratti prevedono mediamente 35,9 ore di lavoro ogni settimana. Se la previsione di Keynes si realizzasse, il tempo dedicato all’occupazione si ridurrebbe di oltre la metà. Una simile svolta solleverebbe però interrogativi non soltanto economici: sistemi sociali e persone dovrebbero riuscire ad assorbire un cambiamento di proporzioni inedite.

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