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Afghanistan, Firoza Wahedy racconta la resistenza delle donne

L’attivista afghana, fuggita a Udine, ricorda il matrimonio forzato e le donne rimaste sotto il regime talebano.

Firoza Wahedy ha raccontato la condizione delle donne afghane durante l’incontro Stand Up for Girls!, organizzato da Terre des Hommes per presentare il dossier inDifesa 2026. Attivista di Herat da oltre 15 anni, oggi vive a Udine dopo essere fuggita dall’Afghanistan.

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La famiglia ancora divisa

Dalla sua abitazione friulana Wahedy continua a occuparsi dei figli rimasti nel Paese. «Due dei miei figli sono ancora in Afghanistan», ha spiegato, raccontando di organizzare da lontano i loro trasferimenti: vivono nascosti e cambiano abitazione per ridurre i rischi.

Il ritorno dei talebani, nell’agosto 2021, l’ha spinta a lasciare il Paese da sola. Dopo un anno trascorso in Pakistan, è arrivata in Italia, dove ha ricostruito la propria quotidianità e ha avviato il percorso per riunire la famiglia.

A Udine ha fondato AVA – Accoglienza, Valorizzazione e Autonomia, un progetto indipendente rivolto a donne, persone migranti e nuclei familiari. L’iniziativa offre mediazione culturale, aiuto nelle pratiche amministrative, sostegno linguistico e strumenti per conquistare maggiore autonomia.


Il matrimonio imposto da adolescente

Wahedy ha conosciuto il primo governo talebano, attivo dal 1996 al 2001, quando era ancora molto giovane. Dopo la morte del padre, la famiglia si è rifugiata in Pakistan per alcuni anni, ma in seguito è rientrata in Afghanistan. Poco dopo il ritorno, quando aveva meno di 15 anni, è stata obbligata a sposare un uomo più grande di lei di 25 anni.

Nel villaggio vicino a Kabul in cui è stata condotta, la ragazza ha incontrato una realtà che non conosceva. Le donne lavoravano nei campi e svolgevano anche gli incarichi più pesanti, ma non avevano accesso alle cure e venivano considerate prive di valore. Wahedy ha detto di essersi adattata per sopravvivere, osservando persone abituate a convivere con la violenza.

A 15 anni ha avuto il primo figlio. Quando il bambino si è ammalato gravemente, la famiglia le ha impedito di portarlo da un medico e le ha imposto di rivolgersi a un imam. Il piccolo è morto tra le sue braccia. Anche una cognata quindicenne, affetta da una grave patologia alla testa, non ha ricevuto cure; Wahedy ha inoltre ricordato le molte donne morte durante il parto perché non accompagnate in ospedale.

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Le lezioni clandestine

Prima dell’arrivo dei talebani, l’attivista descrive la propria infanzia come un periodo di maggiore libertà. Suo padre era un politico con un incarico rilevante nel governo e le ripeteva: «Non pensare di essere una donna: tu sei una forza».

Durante la permanenza nel villaggio ha iniziato a insegnare di nascosto alle bambine. Quell’esperienza ha orientato il suo impegno successivo e, una volta trasferita a Herat, l’ha portata a fondare WESSDO, organizzazione dedicata alla crescita economica, sociale e sportiva delle donne.

Attraverso WESSDO ha creato una squadra di cricket, promosso attività formative e sostenuto programmi per la salute delle madri e dei bambini. Le sue ex allieve, alcune delle quali continuano a insegnare clandestinamente, sono diventate per lei un riferimento.


La voce di chi è rimasta

Secondo il dossier inDifesa 2026, i matrimoni precoci coinvolgono ancora circa una ragazza su cinque nel mondo. Nel 2025, a causa della riduzione degli aiuti, quattro milioni di ragazze sono rimaste escluse dai programmi di prevenzione; nei Paesi segnati da guerra e povertà la quota raggiunge il 35%, contro il 19% globale.

Dopo il ritorno dei talebani, alle donne afghane sono state progressivamente negate scuola secondaria, università, lavoro e libertà di movimento. «Essere donna è un crimine e la libertà è considerata blasfemia», ha detto Wahedy dal palco dell’incontro.

L’attivista considera la propria testimonianza inseparabile da quella delle donne che non possono più uscire, studiare o parlare pubblicamente. «Noi possiamo essere la loro voce nel mondo per il cambiamento», ha dichiarato, riferendosi alle persone rimaste in Afghanistan e alle ex studentesse che continuano a resistere in segreto.

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