Transizione energetica, i combustibili fossili non arretrano
Il rapporto McKinsey segnala consumi in salita, reti da potenziare e costi maggiori per pannelli e batterie fuori dalla Cina.
La crescita delle rinnovabili non ha ancora ridotto il ricorso mondiale a petrolio, gas e carbone. Nel 2025 i consumi energetici globali sono aumentati del 2,7%, mentre le emissioni rischiano di restare lontane dagli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi.
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Obiettivi climatici ancora lontani
Anche nell’ipotesi più favorevole alla decarbonizzazione, il riscaldamento globale arriverebbe a circa 2,3 gradi entro il 2100, ben oltre il limite di 1,5 gradi. L’aumento della produzione pulita non sarebbe quindi sufficiente a compensare la crescita complessiva della domanda.
Il rapporto Global Energy Perspective 2026 di McKinsey indica nella riduzione effettiva dell’uso dei combustibili fossili il passaggio decisivo. L’aggiunta di nuove fonti, da sola, non garantisce infatti una contrazione dei consumi di petrolio, gas e carbone.
Il nucleare torna intanto tra le opzioni considerate per fornire elettricità continua con emissioni contenute. Nell’ipotesi di un’accelerazione tecnologica, la capacità mondiale potrebbe aumentare in media di 40 gigawatt all’anno dal 2025 al 2050, contro i 18 gigawatt previsti dall’impostazione di riferimento.
Questa espansione dipenderebbe dalla possibilità di contenere tempi e costi dei nuovi impianti. Un contributo potrebbe arrivare dai piccoli reattori modulari, a condizione che si sviluppi una filiera industriale adeguata.
La domanda spinge i consumi
L’aumento del fabbisogno è legato soprattutto alla crescita delle economie emergenti, all’elettrificazione e alla diffusione dei servizi digitali. Nel 2025 gli investimenti nelle tecnologie a basse emissioni hanno superato per il secondo anno consecutivo quelli destinati ai combustibili fossili.
Il risultato non ha però impedito al carbone di raggiungere il massimo storico dei consumi. Il gas ha registrato un incremento in tutte le principali aree del mondo, mentre il petrolio ha toccato il livello più elevato dal 2019.
Tra le possibili evoluzioni analizzate da McKinsey, l’ipotesi denominata Resilienza degli idrocarburi prevede una crescita economica sostenuta e una discesa più graduale dei prezzi delle tecnologie pulite. In questo caso, il consumo di petrolio potrebbe sfiorare 130 milioni di barili quotidiani entro il 2035, con un incremento del 30% rispetto ai livelli attuali. Si tratta di una traiettoria possibile e non della proiezione principale.
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Anche l’intelligenza artificiale può modificare rapidamente il quadro. Nell’impostazione di riferimento, l’elettricità utilizzata dai centri dati crescerebbe del 24% ogni anno fino al 2030, diventando uno dei principali fattori di aumento dei consumi nei Paesi Ocse. Nel decennio successivo, il ritmo potrebbe scendere al 5% annuo grazie a sistemi di calcolo più efficienti.
Reti e filiere sotto pressione
La produzione aggiuntiva da sole e vento richiede collegamenti, sistemi di accumulo e impianti disponibili quando le condizioni meteorologiche riducono l’offerta. Per questo la spesa mondiale per le reti di trasmissione e distribuzione potrebbe salire dai 443 miliardi di dollari del 2025 a 970 miliardi ogni anno entro il 2050.
L’aumento degli investimenti nelle infrastrutture assorbirebbe una parte dei risparmi ottenuti dalla diminuzione dei costi delle rinnovabili. In Europa, entro il 2030, potrebbe servire il 50% in più di flessibilità per sincronizzare i consumi con la disponibilità di elettricità.
A ostacolare questo adattamento è anche la scarsa diffusione dei contratti a prezzo variabile: più di sette famiglie su dieci nell’Unione europea non ne hanno ancora uno. Questi strumenti permetterebbero di spostare parte dei consumi verso le ore con tariffe più basse.
Le tensioni geopolitiche aggiungono un ulteriore rischio. Cina, Stati Uniti ed Europa potrebbero rafforzare filiere separate, con costi di investimento per il fotovoltaico superiori del 20-25% e per le batterie del 40-50% in Europa e negli Stati Uniti, qualora la produzione venisse ricostruita al di fuori della Cina.
Pechino concentra circa l’80% della fabbricazione mondiale di moduli fotovoltaici e il 75% della capacità produttiva delle celle per batterie. La dipendenza dalle importazioni di combustibili potrebbe così lasciare spazio a una vulnerabilità legata a componenti tecnologici e materie prime essenziali.
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