Streaming truccato: così i bot spostano i soldi degli artisti
Brani generati anche dall’IA e profili automatizzati alterano gli ascolti: Fimi chiede una risposta coordinata contro le frodi digitali
Dietro alcuni ascolti apparentemente normali può nascondersi una macchina organizzata per drenare le royalty della musica. Tracce pubblicate in serie, account inesistenti e riproduzioni affidate a software automatici permettono di intercettare una parte dei ricavi destinati agli artisti reali.
Enzo Mazza, presidente di Fimi, invita le piattaforme a intervenire senza attendere oltre. A suo giudizio, il contrasto deve coinvolgere anche distributori, società che elaborano le classifiche e magistratura: «Non possono le piattaforme nascondere la testa sotto la sabbia e far finta di niente, perché alla fine questo è un fenomeno che colpisce tutto il settore e squalifica le piattaforme stesse».
La frode diluisce le royalty
Il sistema sfrutta il funzionamento dello streaming. I ricavi confluiscono in un fondo comune e vengono poi distribuiti in proporzione al numero di riproduzioni; inserendo migliaia di ascolti fasulli, i truffatori ottengono quindi una quota che non spetterebbe loro.
Il singolo ascolto produce un guadagno minimo, ma la strategia cambia scala quando viene applicata a molti brani e a una rete estesa di profili. Mazza descrive il meccanismo come un insieme di «robot che ascoltano robot»: piccole somme sottratte ripetutamente finiscono per ridurre gli introiti di chi raccoglie ascolti autentici.
Classifiche sotto pressione
I primi segnali sono emersi osservando le graduatorie musicali. Nelle posizioni più alte comparivano canzoni e interpreti privi di una notorietà verificabile al di fuori dei servizi digitali, un’anomalia che ha fatto scattare i controlli e portato alla luce l’uso sistematico degli account automatizzati.
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I casi più evidenti sono stati segnalati in Brasile e più in generale in America Latina, oltre che negli Stati Uniti. La portata, tuttavia, non è limitata a quei mercati: le organizzazioni possono distribuire contemporaneamente numerose tracce in diversi Paesi, sfruttando la dimensione internazionale delle piattaforme.
Chi paga il prezzo più alto
A risentirne sono soprattutto le realtà con meno risorse, dalle piccole etichette agli artisti indipendenti. La presenza artificiale di cataloghi fantasma nelle classifiche può togliere visibilità alle produzioni genuine e spostare verso soggetti fraudolenti denaro generato dall’intero mercato.
Per Fimi non si tratta dunque dell’azione isolata di un singolo pirata informatico, ma di un’attività criminale capace di usare anche l’intelligenza artificiale per produrre contenuti e moltiplicare le operazioni. La risposta, secondo Mazza, deve essere condivisa e comprendere controlli più efficaci lungo tutta la filiera dello streaming.
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