Stipendi, fiducia ai minimi: il 69% boccia la trasparenza aziendale
Il nuovo studio Coverflex-Ipsos Doxa fotografa salari percepiti come insufficienti, pochi aumenti e una conoscenza ancora limitata delle regole sulla trasparenza retributiva.
Il rapporto tra lavoratori italiani e aziende si incrina soprattutto quando si parla di busta paga. Il 69% degli intervistati considera infatti poco limpido il modo in cui le imprese gestiscono e comunicano gli stipendi, mentre il salario viene giudicato spesso inadatto al ruolo, al mercato e al costo della vita.
La fotografia arriva dal “Report sulla Retribuzione 2026” di Coverflex, realizzato con Ipsos Doxa su un campione di 1.000 dipendenti tra 18 e 64 anni, rappresentativo del mercato del lavoro italiano. Il Coverflex Compensation Index, che valuta adeguatezza, chiarezza, equità e valore percepito della retribuzione, si ferma a 35 punti su 100.
La busta paga resta il punto debole
Il dato più critico riguarda l’adeguatezza dello stipendio, che raggiunge appena 30 punti su 100. Seguono l’equità, con 34 punti, il valore attribuito alla retribuzione, con 42, e la chiarezza, che arriva a 46. Il risultato complessivo segnala quindi una relazione salariale fragile: i lavoratori comprendono in buona parte la propria situazione, ma non la ritengono proporzionata alle responsabilità e alle condizioni esterne.
La soddisfazione per la vita professionale nel suo insieme si attesta a 6,6 su 10, ma scende a 5,8 quando il giudizio si concentra sul pacchetto retributivo. Il 36% esprime una valutazione negativa dello stipendio ricevuto e il compenso presenta uno scarto di 46 punti tra la sua importanza, riconosciuta dal 74%, e la soddisfazione effettiva, ferma al 28%.
L’assenza di aumenti contribuisce a spiegare il malcontento. Il 60% del campione non ha ottenuto incrementi negli ultimi due anni e soltanto il 17% ha ricevuto un adeguamento annuale collegato all’inflazione o al rincaro della vita. Andrea Guffanti, General Manager di Coverflex, riassume il quadro così: «La soddisfazione media per la propria situazione lavorativa si attesta a 6,6 su 10», mentre sul fronte retributivo «il dato cambia» e si ferma a 5,8.
Il malessere spinge a guardarsi intorno
La paga insufficiente figura tra le principali cause di stress, insieme all’eccessivo carico di lavoro e alla sensazione di non essere riconosciuti. Secondo l’indagine, un dipendente su due ha valutato l’ipotesi di lasciare l’impiego per ragioni legate al benessere, anche se solo uno su dieci ha poi trasformato l’intenzione in una scelta concreta.
Nel confronto con colleghi impiegati in aziende dello stesso settore, il 28% considera la propria retribuzione peggiore, mentre il 25% la giudica migliore. La parte più severa del campione è composta da dirigenti e lavoratori tra 45 e 54 anni, probabilmente quelli con più esperienza e maggiori possibilità di confronto. Commercio, trasporti e servizi risultano invece gli ambiti con il giudizio più negativo verso il proprio datore di lavoro.
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Trasparenza, consenso senza fiducia
L’idea della trasparenza salariale raccoglie l’83% dei consensi, ma soltanto il 21% dichiara di conoscerne bene contenuti e implicazioni. Quando si valuta la propria azienda, le risposte positive scendono al 48%; osservando invece il sistema imprenditoriale italiano nel suo complesso, la quota si riduce ulteriormente al 30%.
Il nuovo quadro normativo, entrato in vigore in Italia da circa quattro mesi per recepire la direttiva europea, impone alle imprese di rendere disponibili informazioni sulla retribuzione già nell’annuncio o durante la selezione. I lavoratori possono inoltre chiedere dati sui livelli medi degli stipendi per genere e per mansioni comparabili. Per le aziende con oltre 100 dipendenti è previsto anche il reporting sul divario retributivo tra uomini e donne, mentre uno scarto ingiustificato pari o superiore al 5% può far scattare un audit.
Nel corso dell’ultimo anno, il 40% dei dipendenti ha incontrato almeno qualche volta offerte di lavoro contenenti uno stipendio o una fascia salariale, con una presenza più frequente tra i giovani. Rimangono però difficili da reperire le informazioni sui bonus, sui criteri per avanzare e sulle fasce retributive interne.
Il gender pay gap resta nascosto
La maggiore opacità riguarda le differenze di trattamento tra uomini e donne. Solo il 13% degli intervistati afferma che questi divari vengano comunicati apertamente all’interno dell’azienda, mentre il 55% non ha mai chiesto informazioni in proposito.
Guffanti osserva che la rilevazione è stata condotta nelle fasi iniziali dell’applicazione delle nuove regole e prevede un aumento della quota di imprese chiamate a condividere questi dati nei mesi successivi. La normativa, infatti, rende più stringenti gli obblighi di comunicazione e dovrebbe spingere le organizzazioni a rendere verificabili anche le differenze retributive di genere.
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