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Economia 2 min di lettura18 ott

Sardegna industriale, sei crisi ancora appese a un filo

Dalla metallurgia alla ceramica, passando per chimica e refrattari: aziende e lavoratori attendono risposte tra investimenti bloccati, costi crescenti e procedure di cessione.

Il futuro di Sanac resta legato a un percorso di vendita avviato per il polo sardo e per gli altri 3 stabilimenti presenti in Italia. La società, sottoposta ad amministrazione controllata, produceva materiali refrattari destinati alle acciaierie e ha risentito in modo pesante delle difficoltà dell’Ilva.

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Anche la chimica cerca una via d’uscita

Le tensioni internazionali hanno aggravato la situazione di Fluorsid, gruppo di proprietà di Giulini. Nel sito di Macchiareddu vengono realizzati, tra gli altri prodotti, acido solforico e fluoruro di alluminio.

Queste sostanze trovano impiego nel settore petrolifero e nella filiera metallurgica legata alla produzione di alluminio. La crisi dello stabilimento si inserisce così in un quadro industriale condizionato sia dai mercati sia dagli eventi geopolitici.


Nel Sulcis investimenti ancora fermi

Il quadro regionale comprende numerose vertenze distribuite tra il Nord e il Sud dell’isola, con comparti diversi accomunati dall’incertezza su finanziamenti, continuità produttiva e occupazione. Nel polo di Portovesme, Eurallumina attende sviluppi sul piano di rilancio da 350 milioni di euro, mentre il congelamento delle risorse alimenta il timore di una possibile insolvenza.

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Non procede come previsto neppure il rilancio della Sider Alloys, società italo-svizzera subentrata ad Alcoa nell’impianto di Portovesme. Per il progetto è stimato un investimento vicino ai 300 milioni di euro. Nello stesso distretto, la controllata Glencore Portovesme srl ha le attività del piombo e dello zinco ferme, mentre il progetto dedicato al litio non è ancora partito.


Ceramica travolta dai costi

La crisi ha raggiunto anche Cermed Ceramiche Mediterranea, impresa del Medio Campidano nata grazie ai finanziamenti destinati alla riconversione delle aree minerarie. La liquidazione giudiziale ha sancito lo stop dell’attività, con conseguenze per 120 dipendenti in Sardegna e per una decina di addetti nella sede di Sassuolo.

Tra i fattori che hanno pesato sulla società figurano la disponibilità insufficiente di gas e il caro energia. A rendere ancora più onerosi i trasferimenti hanno contribuito anche il trasporto su gomma e quello marittimo, appesantiti dagli ETS.

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