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Economia 3 min di lettura14 ott

Sanità, case e università: il divario che il Pnrr non ha chiuso

Il rapporto del Cnel segnala difficoltà nell’accesso alle cure, pochi alloggi per studenti e forti differenze territoriali nei servizi pubblici

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha accelerato alcuni meccanismi dello Stato, ma non ha cancellato le distanze tra cittadini e territori. Renato Brunetta, presidente del Cnel, ha definito il Pnrr portatore di “un metodo innovativo”, fondato su obiettivi verificabili e risultati da rendicontare.

Secondo Marcella Mallen, consigliera e coordinatrice della relazione, gli investimenti hanno prodotto effetti concreti senza riuscire a eliminare le disparità sociali e geografiche. Il quadro restituito dal rapporto è quello di una pubblica amministrazione “a due velocità”, con miglioramenti rilevanti ma anche “tante asimmetrie”.

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Una pubblica amministrazione più rapida

Un indicatore del cambiamento riguarda le selezioni nella pubblica amministrazione: la durata media dei concorsi è passata da circa due anni a 180 giorni. Per Brunetta, il Pnrr ha quindi inciso direttamente sulla riforma amministrativa, fino a rappresentare, nelle sue parole, “una svolta epocale”.

La valutazione dei servizi, però, non dovrebbe fermarsi al numero delle attività svolte. La direzione indicata dal presidente del Cnel è misurare soprattutto le conseguenze effettive delle politiche su cittadini e imprese, verificando ciò che cambia nella vita quotidiana.


Cure ancora troppo lontane

L’accesso all’assistenza resta uno dei punti più fragili. Il 48,2% delle famiglie segnala problemi nel raggiungere un pronto soccorso; nei comuni con non più di 2.000 abitanti la percentuale arriva al 72,8%. Nello stesso periodo, nell’arco di dieci anni, la presenza dei medici di famiglia si è ridotta del 17,3%.

Le Case della Comunità sono indicate come uno strumento per avvicinare le prestazioni ai residenti. Anche completando tutte le 1.038 strutture finanziate dal Pnrr, ne occorrerebbero altre 297 per rispettare il rapporto di una ogni 50mila abitanti: l’investimento aggiuntivo stimato è di circa 1,1 miliardi.

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L’assistenza domiciliare ha raggiunto 1,7 milioni di persone, ma cresce anche il numero di chi rinuncia a curarsi. Nel 2024 il 9,9% della popolazione ha evitato visite o accertamenti, rispetto al 6,4% del periodo precedente alla pandemia. Le liste d’attesa hanno inciso sul 6,8% dei residenti, mentre il 5,3% ha indicato difficoltà economiche.


Università senza abbastanza alloggi

La pressione abitativa riguarda in modo particolare gli studenti. Nel 2021 i posti disponibili in strutture dedicate coprivano soltanto il 2,2% degli iscritti, con circa 41mila sistemazioni. I 60mila posti sostenuti dal Pnrr non sarebbero sufficienti: per avvicinarsi al livello medio europeo entro il 2030 ne servirebbero altri 236mila, per una spesa stimata in 4,7 miliardi.

Lazio, Campania e Lombardia figurano tra le aree con le carenze più accentuate. Il problema si presenta mentre gli atenei raggiungono il massimo storico di 2,05 milioni di iscritti, anche grazie all’espansione delle università telematiche. Il numero dei laureati tra 25 e 34 anni, tuttavia, resta al 31,6%, contro il 48,4% della media Ocse.

La disponibilità di abitazioni a sostegno delle fasce fragili è ridotta anche al di fuori del mondo universitario. Gli alloggi popolari rappresentano il 2,7% del patrimonio abitativo italiano, a fronte del 17% francese e del 29% dei Paesi Bassi.

Delle quasi 824mila abitazioni amministrate dagli enti aderenti a Federcasa, più di 60mila non possono essere assegnate perché necessitano di lavori. È questo il quadro complessivo emerso dal rapporto annuale del Cnel sui servizi pubblici, presentato a Roma.

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