Riciclo, Fava: l’Italia trasformi il primato in un’industria
Il Paese recupera più materiali della media Ue, ma deve aumentare investimenti e trasferimento tecnologico
Fabio Fava chiede di trasformare l’eccellenza italiana nel riciclo in una maggiore competitività industriale. Il presidente del Comitato tecnico scientifico internazionale di Ecomondo ha indicato ricerca, investimenti e applicazione delle tecnologie come priorità per la transizione ecologica.
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I numeri del riciclo italiano
L’Italia raggiunge un tasso di utilizzo circolare dei materiali pari al 21,6%, contro il 12,2% della media dell’Unione europea. Anche sul fronte dei rifiuti riciclati il dato nazionale, intorno all’85,6%, supera nettamente quello europeo, fermo al 41,2%.
Il vantaggio, però, non si riflette ancora pienamente sull’economia. Il comparto circolare vale l’1,6% del Pil italiano, rispetto all’1,8% europeo, mentre gli investimenti ammontano allo 0,5% del Pil contro lo 0,8% della media Ue. Secondo Fava, ogni chilogrammo di materiale utilizzato genera circa 4,7 euro di Pil, ma il Paese deve migliorare la capacità di portare l’innovazione dal laboratorio alla produzione.
«Abbiamo un sistema efficiente, ma dobbiamo rafforzare la capacità di valorizzare la nostra innovazione per rendere l’economia circolare nazionale più competitiva», ha detto Fava nell’ambito di Ecomondo 2026.
Dalla ricerca agli impianti
Il professore di Biotecnologie industriali e ambientali all’Università di Bologna considera l’ecodesign uno dei campi su cui intervenire con maggiore rapidità. I prodotti dovrebbero essere concepiti tenendo conto dell’intero ciclo di vita, con caratteristiche che ne facilitino durata, riparazione, riutilizzo e riciclo.
Un altro limite riguarda le tecnologie già sperimentate nei laboratori o negli impianti pilota, che spesso non arrivano alla piena produzione. Anche gli strumenti digitali, secondo Fava, sono ancora utilizzati meno di quanto potrebbero per rendere più efficienti e circolari le filiere industriali.
«Le competenze esistono: dobbiamo accelerarne l’applicazione industriale», ha spiegato. Per riuscirci servono condizioni normative e di mercato capaci di sostenere la crescita delle soluzioni innovative, soprattutto nelle fasi iniziali, quando i costi possono essere più elevati.
Materiali biologici e regole
Il confronto tra materie prime riciclate e vergini cambia a seconda del settore e delle regole applicate. Fava cita le bioplastiche ottenute da risorse rinnovabili: il loro prezzo può essere superiore, mentre mancano criteri abbastanza chiari per distinguerle e valorizzarle negli acquisti pubblici e privati.
Certificazioni ed etichette dovrebbero chiarire l’origine dei materiali e non confondere la rinnovabilità con la biodegradabilità. Non tutte le bioplastiche, infatti, si degradano nello stesso modo. Un sistema regolatorio più preciso potrebbe favorire la domanda e ridurre l’uso di carbonio fossile, contribuendo anche alla diminuzione delle emissioni.
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Fava richiama inoltre la bioeconomia rigenerativa, che punta a utilizzare in modo sostenibile risorse biologiche e sottoprodotti agricoli, forestali, industriali e urbani. Residui vegetali, biomasse non alimentari e frazione organica dei rifiuti possono diventare composti chimici, materiali e combustibili destinati ai comparti farmaceutico, cosmetico, chimico, tessile ed energetico.
Terreni e nuove filiere
La rigenerazione riguarda anche la fertilità dei suoli e il ripristino della sostanza organica. In Italia circa due milioni di ettari di terreni agricoli non sono più utilizzati: una parte, secondo il presidente del comitato di Ecomondo, potrebbe essere recuperata impiegando biomasse autoctone o coltivazioni non alimentari per le bioraffinerie.
Queste attività potrebbero collegare agricoltura e industria, creando opportunità economiche e occupazionali nei territori. Un esempio citato da Fava è Porto Torres, in Sardegna, dove la riconversione di un impianto petrolchimico ha favorito produzioni di origine biologica e una diversa relazione con le attività agricole locali.
Per replicare esperienze simili occorrono certificazioni dedicate, strumenti in grado di sostenere la domanda e finanziamenti per portare le tecnologie alla scala industriale. L’aumento dei volumi può consentire l’ottimizzazione dei processi e una successiva riduzione dei costi.
Plastica e metalli critici
Tra le filiere con maggiori margini di sviluppo c’è quella delle plastiche. Il riciclo meccanico resta in genere più economico, ma può ridurre gradualmente la qualità del materiale. Il riciclo chimico, ancora poco diffuso in Europa, permette invece in determinati casi di scomporre i polimeri nei monomeri iniziali e di ottenere nuovi prodotti con caratteristiche simili a quelle originarie.
Un’altra area riguarda i rifiuti elettrici ed elettronici, che contengono litio, nichel, cobalto, rame e altri materiali critici. Bio- e idrometallurgia, insieme a sistemi evoluti di separazione, possono aumentare il recupero delle risorse.
L’intelligenza artificiale può infine intervenire sia nelle linee produttive sia nella selezione e nella valorizzazione dei rifiuti. Per Fava, la transizione richiede di ridurre la pressione esercitata da produzione e consumi, ma anche di ripristinare gli ecosistemi compromessi: crescita economica e riduzione delle emissioni, ha ricordato, possono procedere insieme.
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