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Economia 1 min di lettura1 ora fa

Povertà, il Pil da solo non cambia le regole: serve l’economia sociale

La redistribuzione dopo la crescita non corregge le disuguaglianze già prodotte: occorre unire produttività, valore condiviso e bene comune fin dall’inizio.

La crescita del Pil, da sola, non è sufficiente a contrastare la povertà. Se il valore viene prodotto e concentrato in modo diseguale, intervenire soltanto in un secondo momento rischia di lasciare intatte le cause del problema.


La redistribuzione arriva troppo tardi

Il modello basato sulla sequenza “cresci, tassa e redistribuisci” agisce quando il processo economico ha già assegnato il valore in maniera squilibrata. Le imposte e i trasferimenti possono quindi intervenire sugli effetti, senza modificare il meccanismo che ha generato le disparità.

La questione non riguarda soltanto la quantità di ricchezza prodotta, ma anche il modo in cui viene creata e distribuita. Per questo la lotta alla povertà non può essere affidata esclusivamente a misure successive alla crescita.

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Produttività e bene comune insieme

L’alternativa indicata è un’economia capace di tenere unite efficienza produttiva e interesse collettivo. In questa prospettiva, il bene comune non rappresenta un correttivo esterno al mercato, ma un criterio da integrare nella produzione del valore.

È questo il senso attribuito all’economia sociale: un modello definito “diversamente competitivo”, perché punta a coniugare la capacità di produrre ricchezza con una maggiore attenzione alle conseguenze sociali. La crescita, così, non viene considerata un obiettivo sufficiente se non contribuisce anche a ridurre le disuguaglianze.

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