14.000Lettori online ora
Economia 2 min di lettura2 ore fa

Petrolio a 100 dollari: perché la tregua dei flussi non basta

Il traffico nello Stretto di Hormuz è quasi tornato ai livelli pre-conflitto, ma raffinerie sotto pressione e tensioni geopolitiche continuano a sostenere i prezzi.

Il nodo non è più soltanto la quantità di greggio che riesce a muoversi sui mercati. Anche con i transiti nello Stretto di Hormuz tornati all’85-90% dei livelli precedenti al conflitto, il diesel resta costoso e il petrolio oscilla vicino ai 100 dollari al barile. La spiegazione sta nelle difficoltà della raffinazione, nelle scorte da ricostituire e nel rischio che le rotte commerciali tornino a essere colpite.

Offerta del giorno13 ottobre

Douglas

-20% su ordini da 69€ da Douglas

Scade tra 5 giorni
*******


Il diesel svela il vero problema

Negli Stati Uniti gli impianti di raffinazione operano quasi al limite, mentre in Europa la capacità inutilizzata è ridotta. In Russia l’impiego delle raffinerie è calato e gli impianti mediorientali subiscono gli effetti della guerra. Di conseguenza, la trasformazione del greggio in carburanti procede con difficoltà e il diesel mantiene un prezzo particolarmente elevato.

Anthony Willis, economista senior di Columbia Threadneedle Investments, avverte che un eventuale aumento dell’offerta di greggio non sarebbe sufficiente a ridurre rapidamente il costo dei carburanti. «Le strozzature nella raffinazione possono mantenere elevati i prezzi dei carburanti», ha spiegato. La pressione, inoltre, non riguarda solo benzina e diesel: tra i prodotti coinvolti figurano anche gas naturale liquefatto, zolfo e fertilizzanti.


Hormuz non è ancora normalizzato

Il ritorno dei traffici nello Stretto rappresenta un segnale incoraggiante, ma non consente ai mercati di considerare superata la crisi. La contesa tra Stati Uniti e Iran sul controllo dei passaggi resta infatti irrisolta, mentre i nuovi attacchi contro le navi e la risposta militare statunitense di ottobre hanno mantenuto alto il timore di ulteriori interruzioni.

Secondo Willis, «il miglioramento dell’offerta è un segnale positivo, ma non equivale a un ritorno alla normalità». La ripresa dei flussi non cancella quindi il rischio che un nuovo episodio nella regione comprometta le forniture e faccia riemergere rapidamente il cosiddetto premio geopolitico incorporato nelle quotazioni.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.


Anche la guerra alimenta l’incertezza

A complicare il quadro contribuisce il conflitto tra Russia e Ucraina. Le voci su una possibile tregua limitata alle infrastrutture energetiche non hanno ricevuto conferme da Mosca e, allo stato attuale, non offrono una base concreta per prevedere un rapido incremento dell’offerta.

I negoziati potrebbero comunque aprire la strada a una riduzione delle tensioni. Teheran, però, sembra intenzionata a sopportare la pressione economica senza accettare concessioni rilevanti. Negli Stati Uniti, inoltre, il caro carburanti rappresenta un problema anche in vista delle elezioni di metà mandato: eventuali aiuti ai consumatori difficilmente farebbero scendere il diesel in modo significativo nel breve periodo.


Prezzi alti, discesa ancora lontana

La tenuta dell’economia mondiale offre un elemento di fiducia, ma il mercato deve ancora conciliare segnali migliori dal lato dell’offerta e un rischio geopolitico consistente. Finché sicurezza delle rotte, capacità delle raffinerie e tensioni internazionali resteranno senza una soluzione stabile, il petrolio difficilmente abbandonerà in modo duraturo la soglia dei 100 dollari al barile.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere