Pesca in crisi: l’Adriatico si ferma tra gasolio e vincoli Ue
La protesta dei pescherecci coinvolge numerosi porti italiani: le cooperative chiedono al governo interventi urgenti per salvare la tenuta economica delle imprese.
Il settore della pesca lancia un nuovo allarme: in diversi porti italiani i pescherecci sono rimasti fermi e le sirene hanno accompagnato la protesta contro l’aumento dei costi e le regole europee. La mobilitazione, partita dalle singole marinerie, ha trovato il suo principale punto di aggregazione nell’Alto Adriatico.
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Il carburante divora i margini
Il prezzo del gasolio rappresenta il problema più immediato per gli operatori. In alcune realtà, la spesa per il carburante arriva a superare il 60% dei costi necessari a mantenere attiva l’impresa, rendendo sempre più difficile garantire la sostenibilità economica delle attività.
Alla pressione sui bilanci si aggiungono le limitazioni imposte alla pesca e un sistema di adempimenti giudicato troppo gravoso. Secondo gli operatori, la riduzione delle giornate disponibili in mare finisce per comprimere ulteriormente i ricavi proprio mentre le spese continuano a crescere.
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La protesta attraversa cinque regioni
Le iniziative interessano numerose marinerie di Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna, Marche e Molise. La mobilitazione non è stata annunciata come un’unica iniziativa centralizzata, ma si è sviluppata autonomamente nei diversi porti, con particolare intensità lungo la fascia adriatica.
Confcooperative Agroalimentare e Pesca ha ricostruito il quadro delle proteste e sollecita l’inserimento di interventi urgenti nel Consiglio dei ministri previsto oggi. L’obiettivo è ottenere misure capaci di attenuare l’impatto del caro-carburante e degli obblighi europei sulle imprese del comparto.
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