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Economia 2 min di lettura1 ora fa

Pensioni integrative, i costi riducono i risparmi dei lavoratori

Uno studio della Cgil confronta fondi negoziali, fondi aperti e Pip su una carriera lavorativa di 35 anni

La scelta della pensione integrativa può ridurre il capitale finale di oltre 40mila euro. È la stima della Cgil, che ha messo a confronto i costi di fondi negoziali, fondi aperti e piani individuali pensionistici.

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Il confronto sui versamenti

L’analisi dell’Osservatorio Previdenza del sindacato considera un dipendente con una retribuzione lorda annua di 30mila euro. Il lavoratore versa 2.373 euro all’anno per 35 anni, mentre il rendimento ipotizzato prima delle spese resta uguale per tutti i prodotti: il 4% annuo.

Il risultato cambia però in base alla forma scelta. Il capitale raggiunge circa 166mila euro con un fondo negoziale, scende a 135mila euro con un fondo aperto e si ferma a 122mila euro con un Pip. A parità di contributi e rendimento lordo, la differenza supera quindi 44mila euro tra la soluzione negoziale e quella assicurativa; nei fondi aperti il divario è di circa 31mila euro.


Il peso delle commissioni

I fondi negoziali nascono dagli accordi tra organizzazioni sindacali e datoriali e non hanno scopo di lucro. I fondi aperti sono invece promossi da banche e società di gestione del risparmio, mentre i Pip vengono offerti dalle compagnie assicurative.

Secondo la Cgil, la distanza dipende soprattutto dalle spese di gestione, mediamente più alte nei prodotti bancari e assicurativi. Le commissioni vengono sottratte ogni anno al capitale e riducono anche la possibilità di ottenere rendimenti futuri sulle somme che non restano investite.

“Prima di celebrare la libertà di scelta, l’esecutivo dovrebbe spiegare quanto possono pesare i maggiori costi sul futuro previdenziale delle persone”, ha affermato Stefania Filetti, segretaria confederale della Cgil.

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Il contributo dell’azienda

L’Osservatorio ha esaminato anche un secondo caso, nel quale il datore di lavoro versa il 2% della retribuzione, cioè 600 euro l’anno. Nella simulazione, questa quota viene riconosciuta soltanto a chi aderisce al fondo negoziale previsto dalla contrattazione collettiva.

Dopo 35 anni, il montante del fondo negoziale arriva così a circa 208mila euro. Il vantaggio sale a circa 73mila euro rispetto al fondo aperto e supera 86mila euro in confronto al Pip, combinando il contributo aggiuntivo con costi di gestione più contenuti.


La posizione della Cgil

Filetti ha ricordato che il contributo aziendale deriva dagli accordi collettivi e non viene automaticamente trasferito quando il lavoratore sposta la propria posizione verso un altro prodotto. Secondo la dirigente, se il contratto stabilisce che la somma confluisca nel fondo negoziale, la destinazione può cambiare soltanto attraverso una nuova intesa collettiva.

La Cgil sostiene quindi che il trasferimento individuale non garantisca il mantenimento del contributo del datore di lavoro. “Una scelta consapevole richiede informazioni chiare e confrontabili”, ha aggiunto Filetti, invitando a valutare non soltanto i rendimenti attesi, ma anche commissioni e condizioni contrattuali.

Nel suo intervento, la sindacalista ha collegato il tema alla prossima legge di bilancio e ha annunciato la prosecuzione della mobilitazione sui redditi e sulle pensioni. Tra gli appuntamenti indicati c’è lo sciopero del 20 novembre.

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