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Economia 2 min di lettura1 ora fa

Pensioni alte, rivalutazione ridotta con sei fasce

Le anticipazioni sulla legge di bilancio modificano il recupero dell’inflazione per gli assegni oltre quattro volte il minimo

La rivalutazione delle pensioni più alte potrebbe essere ridotta nel 2026, con il passaggio da tre a sei fasce. La manovra prevederebbe inoltre 850 milioni di euro per sostenere l’uscita flessibile dal lavoro.

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Le nuove soglie previste

Le anticipazioni indicano un’inflazione di riferimento del 2,9%, anche se quella acquisita per il 2026 è già al 3,1%. Gli assegni fino a 2.447,4 euro lordi mensili avrebbero l’adeguamento integrale, mentre tra 2.447,4 e 3.059,25 euro la rivalutazione sarebbe pari al 90% dell’inflazione, cioè al 2,61%.

Per gli importi compresi tra 3.059,25 e 3.671,1 euro lordi il recupero scenderebbe al 60%, con un aumento dell’1,74%. La fascia successiva, fino a 4.894,8 euro, avrebbe invece un adeguamento del 50%, equivalente all’1,45%.


Il calcolo sull’intero assegno

La modifica più rilevante riguarderebbe il metodo di applicazione. Il sistema a scaglioni, che limita la riduzione alla parte di pensione compresa nella fascia superiore, sarebbe sostituito da un meccanismo per fasce: la percentuale ridotta verrebbe applicata all’intero trattamento. Sarebbe comunque mantenuto il recupero pieno sulla quota fino a quattro volte il minimo.

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Per esempio, un assegno lordo di 5mila euro, superiore a otto volte il trattamento minimo, potrebbe ricevere il 40% dell’inflazione su tutta la somma, anziché soltanto sulla parte eccedente. Per evitare penalizzazioni improvvise vicino ai limiti, sarebbe previsto un correttivo di salvaguardia.


La contestazione della Cisl

La segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola ha criticato l’ipotesi, sostenendo che il provvedimento finirebbe per gravare soprattutto sui pensionati del ceto medio. «Le nuove regole di indicizzazione delle pensioni che emergono dalle anticipazioni sulla manovra di bilancio colpiscono il ceto medio dei pensionati», ha affermato.

Secondo Fumarola, l’estensione dell’aliquota Irpef del 33% ai redditi fino a 55mila euro non dovrebbe essere finanziata riducendo ulteriormente l’adeguamento degli assegni. La dirigente sindacale ha parlato di un problema di giustizia sociale per chi riceve poco più di 3mila euro lordi e ha già subito una perdita del potere d’acquisto.

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