Ex Ilva, stop agli altiforni per il rischio sanitario
Le Sezioni Unite hanno confermato la decisione d’appello: negli impianti restano 2.140 tonnellate di amianto
La Cassazione ha confermato lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. La sentenza delle Sezioni Unite, depositata giovedì 29 ottobre 2026, impone lo spegnimento degli altiforni e la cessazione della produzione a caldo.
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Il rischio legato all’amianto
Al centro della decisione c’è l’amianto ancora presente negli impianti: 2.140 tonnellate, concentrate soprattutto nei cowpers, le strutture che utilizzano aria ad altissima temperatura per alimentare gli altiforni. Secondo i giudici, il pericolo per la salute è “grave e rilevante” e rende necessaria la sospensione dell’attività produttiva.
La sentenza richiama anche l’incidenza del mesotelioma da asbesto nella popolazione di Taranto e Statte, indicata come quattro volte superiore rispetto ai livelli attesi. La rimozione del materiale avrebbe dovuto concludersi entro il 23 agosto 2023, dopo lo smaltimento di altre 6.780 tonnellate, ma l’intervento non è stato completato.
Nei cowpers l’aria può raggiungere i 1.400 gradi. Il flusso caldo, diretto verso gli altiforni, potrebbe quindi favorire la dispersione delle fibre nell’ambiente, anche a causa delle condizioni definite obsolete e degradate degli impianti.
Spegnimento entro dicembre
Il termine del 15 dicembre 2026 era stato fissato dalla legge in attesa del pronunciamento della Suprema corte. Con il deposito della sentenza, spetta ora ai commissari stabilire le modalità operative e la tempistica concreta per fermare gli altiforni, attualmente in fase di preriscaldamento.
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La decisione considera lo spegnimento definitivo, poiché gli impianti, una volta arrestati, non sarebbero più riutilizzabili. Per l’area a caldo del complesso siderurgico tarantino si profila dunque la cessazione dell’attività.
Salute e lavoro
La Cassazione ha respinto l’idea che la tutela possa essere affidata soltanto alla rimozione dell’amianto. I giudici hanno osservato che non si tratta di semplici edifici, ma di strutture industriali soggette a regole specifiche e caratterizzate da condizioni di rischio particolari.
Nel bilanciamento tra diritti costituzionali, la sentenza esclude che salute e occupazione debbano essere messi in contrapposizione. “Il diritto al lavoro che lo Stato deve promuovere è un diritto salubre e sicuro”, hanno scritto i giudici, aggiungendo che l’attività d’impresa non può danneggiare salute, ambiente, sicurezza, libertà e dignità delle persone.
L’azione giudiziaria era stata avviata da dieci cittadini di Taranto e da un minorenne, assistiti dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano. La Corte d’appello di Milano aveva già disposto il blocco dell’area a caldo; il pronunciamento delle Sezioni Unite ha ora confermato quella decisione.
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