Lavoro qualificato, perché l’Italia non riesce ad attirare stranieri
Il Rapporto 2026 della Fondazione Leone Moressa fotografa un mercato del lavoro diviso tra forte presenza straniera nelle mansioni meno qualificate e scarsa incidenza nei ruoli tecnici.
Il mercato del lavoro italiano continua a utilizzare molti lavoratori stranieri nelle mansioni meno qualificate, ma ne impiega una quota molto più ridotta nei ruoli tecnici e professionali. È il divario evidenziato dal Rapporto 2026 sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa, che riapre il tema della capacità del Paese di attrarre competenze dall’estero.
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Il divario tra mansioni e qualifiche
In Italia, un occupato straniero su tre svolge un lavoro a bassa qualifica. La presenza degli immigrati cambia nettamente quando si considerano invece le professioni qualificate e tecniche: in questo segmento rappresentano appena il 2,7% del totale.
Il confronto con gli italiani rende ancora più evidente la distanza. Tra questi ultimi, infatti, l’incidenza nelle stesse professioni arriva al 39,6%, un dato che mette in discussione l’idea secondo cui l’immigrazione si distribuisca in modo uniforme nei diversi livelli del mercato del lavoro.
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Burocrazia e attese frenano le imprese
Secondo il rapporto, il quadro non può essere letto soltanto come una scelta dei lavoratori stranieri di concentrarsi negli impieghi meno qualificati. Le imprese incontrano difficoltà nel far arrivare dall’estero le persone con le competenze di cui avrebbero bisogno.
A pesare sono soprattutto gli ostacoli burocratici e i tempi molto lunghi legati al decreto Flussi. La conseguenza è che la domanda di personale qualificato espressa dalle aziende non trova una risposta rapida, mentre il sistema continua a registrare una presenza straniera più consistente nelle occupazioni a bassa qualifica.
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