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Economia 2 min di lettura1 ora fa

La patente pesante oltre i 65: visite biennali e servizio fino a 70

La proposta del governo, su adesione volontaria, sarà valutata dal Consiglio dei ministri insieme alle nuove regole sanitarie per gli autisti più anziani.

Per chi guida mezzi pesanti e autobus, la permanenza al lavoro potrebbe allungarsi fino ai 70 anni. La misura sarebbe facoltativa e, per gli autisti oltre i 65 anni, comporterebbe controlli medici ogni 24 mesi invece dell’attuale cadenza quinquennale. Il governo punta a portare il provvedimento all’esame del Consiglio dei ministri già la prossima settimana.


Più anni al volante, ma con verifiche ravvicinate

Matteo Salvini ha illustrato l’ipotesi durante l’assemblea di Federtrasporto, intervenendo in videocollegamento. Il ministro dei Trasporti ha motivato l’apertura con le esigenze specifiche dell’autotrasporto e del trasporto passeggeri, comparti che hanno bisogno di mantenere una disponibilità adeguata di conducenti.

L’estensione non sarebbe automatica: restare in servizio fino a 70 anni diventerebbe una possibilità lasciata alla scelta del lavoratore. La condizione prevista per chi supera i 65 anni è però un monitoraggio sanitario più frequente, con visite ed esami biennali anziché ogni cinque anni.

La proposta si colloca nel quadro più ampio del confronto sulle pensioni. Se da un lato l’esecutivo lavora alla possibilità, in determinate situazioni, di lasciare il lavoro a 64 anni invece dei 67 fissati dalla legge Fornero, per gli autisti professionali viene valutata una soluzione che consenta di proseguire l’attività più a lungo.


Giorgetti vede crescita, ma pesa l’energia

All’assemblea è intervenuto anche Giancarlo Giorgetti. Il ministro dell’Economia ha indicato per il 2026 una crescita dell’economia italiana dell’1%, una stima superiore di quattro decimali rispetto a quella formulata ad aprile. L’aumento dei costi energetici resta tuttavia un elemento di freno: secondo le valutazioni dell’esecutivo, quest’anno potrebbe sottrarre “non meno dello 0,2% del Pil”.

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Giorgetti ha collegato i nuovi numeri alla tenuta dei fondamentali nazionali e agli effetti degli investimenti del Pnrr sulla trasformazione di comparti strategici, a partire dai trasporti. Ha inoltre distinto queste opere dalla logica delle “buche di Keynes”, cioè dall’idea che anche una spesa priva di utilità duratura possa comunque generare lavoro e movimento economico nel breve periodo.


Le infrastrutture riducono i costi

Secondo il ministro, gli interventi finanziati dal Pnrr hanno una ricaduta più ampia rispetto all’attività necessaria per costruirli. Una ferrovia, un porto potenziato o una rete logistica digitale continuano a produrre benefici anche una volta conclusi i lavori.

Giorgetti ha osservato che “quando si realizza, ad esempio, una ferrovia, l’impatto non si limita certo alla sua realizzazione”. Il miglioramento delle infrastrutture può accorciare i tempi di spostamento, diminuire i costi e sostenere la produttività delle imprese che le utilizzano.

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