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Economia 1 min di lettura3 giorni fa

Irpef, il paradosso tra dipendenti e autonomi: dove pesa di più

Il diverso trattamento fiscale può ampliare il divario tra lavoro dipendente e partita Iva, mentre la proposta guarda alla fascia di reddito tra 28 e 50mila euro.

Il confronto tra lavoratori dipendenti e autonomi mette in luce una differenza legata non soltanto al reddito, ma anche al regime fiscale applicato. A parità di riferimento, una tuta blu può arrivare a versare quasi il doppio rispetto a una partita Iva.

La distanza nasce dal diverso meccanismo di tassazione. In particolare, il regime forfettario consente a molti autonomi di sostenere un carico d’imposta più contenuto rispetto a quello che grava su un dipendente soggetto all’Irpef ordinaria.


Il confronto cambia con il regime

Il punto centrale non è quindi soltanto quanto si guadagna, ma il modo in cui quel reddito viene tassato. L’autonomo inserito nel forfettario beneficia di un sistema che, secondo il quadro descritto, può tradursi in un prelievo inferiore a quello applicato al lavoratore dipendente.

Il risultato è un divario particolarmente evidente per le cosiddette tute blu, chiamate a sostenere un’imposizione quasi doppia rispetto a quella di una partita Iva. La differenza viene così ricondotta alle regole fiscali, più che a una semplice comparazione tra entrate.

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La leva passa dall’Irpef ordinaria

Per ridurre il peso sulla classe media, la proposta indicata guarda alla struttura dell’Irpef ordinaria. L’intervento riguarderebbe l’aliquota applicata ai redditi compresi tra 28 e 50mila euro.

L’obiettivo sarebbe abbassare quella percentuale dal 33 al 28 per cento. La modifica punta dunque ad alleggerire il prelievo sui dipendenti collocati in quella fascia, intervenendo sul meccanismo ordinario invece di estendere il confronto con il regime forfettario.

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