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Economia 1 min di lettura12 ott

Inflazione al 3%, stipendi al 2,5%: il nuovo campanello d’allarme

L’Istat segnala lo stop al recupero delle retribuzioni rispetto ai prezzi e richiama l’attenzione sugli effetti della nuova risalita dell’inflazione.

Il divario tra prezzi e salari torna a destare preoccupazione: nel 2026 l’aumento delle retribuzioni contrattuali potrebbe fermarsi al 2,5%, mentre l’inflazione acquisita è stimata al 3%. Il quadro emerge dalle valutazioni dell’Istat presentate durante l’audizione sul Dpfp.

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Salari, il recupero perde slancio

Secondo Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat, la fase di recupero delle retribuzioni nominali rispetto all’aumento del costo della vita si è interrotta nel secondo trimestre dell’anno. Il recupero era proseguito senza pause dal quarto trimestre del 2023 fino ai primi tre mesi del 2026.

«L’attuale fase di risalita dell’inflazione richiede particolare attenzione sul fronte delle dinamiche retributive», ha sottolineato Chelli nel corso dell’audizione. L’arresto segnalato dall’Istituto riapre quindi il tema della capacità degli stipendi di tenere il passo con i prezzi.

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Le stime per il 2026

La previsione sulle retribuzioni tiene conto degli accordi collettivi sottoscritti fino alla fine di agosto. L’Istat ha inoltre ipotizzato che non vengano firmati ulteriori rinnovi contrattuali tra settembre e dicembre: in questo scenario, la crescita media annua per l’intera economia sarebbe del 2,5%.

Sul fronte dei prezzi, i dati ancora provvisori relativi a settembre indicano un’inflazione acquisita per il 2026 pari al 3,0%, misurata attraverso l’Ipca. La distanza tra questo valore e l’incremento previsto per le retribuzioni contrattuali evidenzia il possibile nuovo arretramento del potere d’acquisto.

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