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Economia 3 min di lettura23 set

India, il vero tesoro è nei cervelli: perché il mondo li cerca

Tra invecchiamento delle economie ricche e giovani in cerca di sbocchi, New Delhi punta a trasformare i suoi professionisti in una leva globale.

L’India non sta solo esportando beni o servizi: sempre più spesso offre al mercato internazionale la sua forza lavoro qualificata. È qui che si apre la partita più interessante, perché il calo demografico nei Paesi avanzati sta creando spazi che automazione e intelligenza artificiale non riusciranno a riempire del tutto.

Le stime di International Labour Organization e Boston Consulting Group vanno nella stessa direzione: entro il 2030 il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro potrebbe toccare 50 milioni di posti, per poi crescere ancora nel decennio successivo. Non si tratta soltanto di mansioni manuali, ma anche di ruoli da colletti bianchi, e questo rende gli ingegneri indiani preziosi almeno quanto gli infermieri.


La corsa globale ai talenti

Il Paese asiatico si è già affermato come principale esportatore netto di profili qualificati al mondo. I numeri citati nel dossier parlano di 357mila professionisti in uscita contro 132mila in entrata, un saldo che il rientro di molti tecnici e scienziati dagli Stati Uniti, favorito anche dalla stagione di Trump, non ha ribaltato.

New Delhi ha scelto di muoversi su questo terreno con accordi mirati. A luglio il ministero degli Esteri ha organizzato il primo Human Resource Mobility Forum e ha firmato Migration and Mobility Partnership Agreement con 26 Paesi, nel tentativo di mettere in relazione i vuoti del mercato del lavoro estero con la propria disponibilità di capitale umano.

Lo stesso approccio è comparso anche nell’intesa commerciale con l’Unione Europea, dove alla circolazione delle merci si è affiancata una cornice per regolare pure i movimenti delle persone. L’obiettivo è ampliare le opportunità per i lavoratori indiani, andando oltre le figure più richieste e includendo anche profili meno apicali.


Una diaspora ancora limitata

Nonostante la presenza storica di una vasta diaspora in Nord America, nei Paesi del Golfo e nel Regno Unito, l’emigrazione resta in India relativamente contenuta. Gli espatriati sono l’1,3% della popolazione, una quota inferiore a quella delle Filippine, al 5,1%, e del Bangladesh, al 4,3%.

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Secondo la Global Access to Talent from India Foundation, entro il 2030 il Paese potrebbe più che raddoppiare il proprio export di capitale umano, passando da 700mila a 1,5 milioni di persone. Un salto di scala che avrebbe effetti anche interni, a partire dalle rimesse: gli indiani all’estero inviano in patria 125 miliardi di dollari, pari a circa il 3% del Pil.

Il peso di questi flussi è ancora più evidente se si guarda ai Paesi poveri. Le stime richiamate nell’analisi indicano che, nei contesti a basso reddito, un aumento del 10% della popolazione emigrata può tradursi in un calo del 2,1% di chi vive con meno di un dollaro al giorno.


Crescita alta, ma posti di qualità pochi

Il nodo non riguarda soltanto i mercati sviluppati. Anche a New Delhi il problema è trovare occupazioni adeguate per una delle popolazioni più giovani del pianeta, in un’economia che corre ma non abbastanza da assorbire tutta la forza lavoro in modo soddisfacente.

Ad agosto il tasso di disoccupazione è sceso al 5%, il livello più basso da sei mesi, ma il dato nasconde elementi meno rassicuranti. In India, infatti, basta aver lavorato un’ora nella settimana precedente al sondaggio per risultare occupati, e inoltre l’aumento degli impieghi nelle campagne si accompagna a un arretramento nelle città.

Questo spostamento segnala che la qualità del lavoro sta peggiorando nei centri urbani, mentre il sistema produttivo fatica a creare opportunità più solide. È in questo scenario che la strategia dell’export di manodopera qualificata acquista per New Delhi un significato economico e politico sempre più rilevante.

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