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Economia 4 min di lettura20 ott

Giovani senza futuro: perché Francia e Italia spendono sui vecchi

Debito, pensioni e scuole in difficoltà alimentano il divario tra generazioni, mentre le proteste giovanili si allargano dalla Francia anche all’Italia.

L’Italia destina all’istruzione appena il 4% del prodotto interno lordo, pari a circa 88 miliardi di euro: una quota inferiore a quella francese. È uno dei dati che rende evidente la difficoltà dei due Paesi nel trasformare la spesa pubblica in opportunità per le nuove generazioni, mentre pensioni, sanità e assistenza assorbono risorse crescenti.

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In Italia il futuro pesa sui conti

Il debito italiano vale il 138,4% del Pil, lo stesso rapporto registrato quando il governo Meloni si è insediato cinque anni fa, ma nel frattempo l’ammontare complessivo è aumentato di 600 miliardi. Gli interessi richiedono il 4,3% del Pil e limitano la possibilità di aumentare gli stanziamenti per la scuola, nonostante il Paese abbia chiuso in avanzo primario 26 degli ultimi 31 esercizi di bilancio.

La spesa previdenziale raggiunge il 16% del Pil, un livello superato nell’area Ocse soltanto dalla Grecia. Circa un quarto di questo esborso non viene coperto dai contributi versati dai lavoratori, ma viene finanziato attraverso le altre entrate fiscali. La riforma Dini del 1995 avrebbe dovuto contenere il problema introducendo il metodo contributivo, ma la sua applicazione è stata rallentata nel tempo dalle pressioni elettorali e arriverà a regime soltanto dal 2040.


Pensioni e assistenza restringono lo spazio

Quando alle pensioni si sommano sanità, cura e sostegno agli anziani, il conto per l’Italia arriva al 22,5% del Pil nel 2025. Le previsioni indicano un aumento fino al 25,5% nel 2043; il solo capitolo previdenziale dovrebbe toccare il 17,1% del Pil nel 2038.

Il quadro demografico contribuisce a rafforzare questa direzione: nascono meno bambini e cresce il numero degli anziani. In questo modo il bilancio pubblico finisce per privilegiare le esigenze della popolazione più avanti con l’età, mentre la scuola resta su una quota di spesa più contenuta rispetto alla Francia.


In Francia la scuola mostra le crepe

Anche Parigi si trova davanti a conti pubblici molto appesantiti. Il debito è salito di mille miliardi in sei anni, arrivando al 120% del Pil, e la spesa complessiva equivale al 57% del prodotto. Il disavanzo supera il 5% e, negli ultimi 31 anni, la Francia ha registrato un saldo negativo in 28 esercizi: l’ultimo avanzo risale al 2001.

A incidere sui margini disponibili sono anche gli interessi sui titoli decennali, con rendimenti superiori a quelli italiani. In questo contesto, le pensioni assorbono circa un quarto del bilancio statale e valgono intorno al 15% del Pil, contro il 9,1% medio dell’area Ocse e il 13% dell’Unione europea. Dal 2000 il loro peso è aumentato senza interruzioni, mentre la spesa per l’istruzione è rimasta tra il 5% e il 6% del Pil.

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Docenti anziani e scuole degradate

Tra il 2015 e il 2023, nei Paesi osservati dall’Ocse la quota dei bilanci pubblici destinata all’istruzione è scesa dal 10,9% al 10,1%. La Francia segue la stessa tendenza: la spesa per studente è cresciuta da 13.898 a 14.794 dollari, ma il peso dell’istruzione sui bilanci è diminuito dall’8,3% all’8,0%.

Le proteste sono partite anche dal liceo Paul Éluard di Saint-Denis, periferia povera di Parigi, dove gli studenti hanno segnalato roditori, insetti, infiltrazioni e soffitti in condizioni precarie. L’edificio, aperto nel 1965, ha 61 anni; l’età media è di 71 anni per i licei professionali, 65 per quelli generali e tecnologici e 61 per le scuole medie. Gli interventi di manutenzione dipendono soprattutto dagli enti locali, che dispongono di risorse inferiori rispetto allo Stato.


La protesta nasce dal divario

Gli insegnanti si sono uniti alla mobilitazione anche per ragioni economiche. In Francia, i docenti della scuola secondaria di primo grado ricevono in media il 10% in meno rispetto agli altri laureati, mentre nella scuola dell’infanzia il divario arriva al 18%. Le retribuzioni sono rimaste ferme nell’ultimo decennio e soltanto il 26,6% degli insegnanti della secondaria di primo grado si dichiara soddisfatto dello stipendio.

Il corpo docente è inoltre più anziano della media degli occupati: gli insegnanti con almeno 55 anni sono il 23%, contro il 20% della popolazione attiva. Nel 2025 quasi il 10% delle ore di lezione è rimasto scoperto, soprattutto per la carenza di professori, mentre aumentano le assenze non sostituite.

Le manifestazioni, iniziate tra gli studenti, si sono trasformate in episodi di violenza con vetrine infrante, saccheggi, automobili e cassonetti incendiati. La rabbia è esplosa in Francia e ha trovato risonanza anche in Italia, alimentata dai social e aggravata dal caro vita seguito all’attacco degli Stati Uniti all’Iran. Sullo sfondo restano crisi politiche e finanziarie che, con le elezioni vicine, rendono più difficile destinare nuove risorse ai giovani.

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