Fondi pensione, la portabilità può costare fino a 86.325 euro
La simulazione su 35 anni considera costi più alti e possibile rinuncia ai 600 euro annui dell’azienda
La nuova portabilità dei fondi pensione può ridurre il capitale accumulato fino a 86.325 euro dopo 35 anni, secondo una simulazione della Cgil.
Stefania Filetti, segretaria confederale del sindacato, ha contestato la misura e il possibile trasferimento del contributo aziendale verso prodotti diversi dai fondi negoziali. «La scelta individuale di trasferire la posizione previdenziale non trascina con sé il diritto al contributo del datore di lavoro», ha affermato.
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Il peso del contributo aziendale
Nel secondo scenario elaborato dall’Osservatorio Previdenza della Cgil, il lavoratore riceve dal datore una quota aggiuntiva del 2%, equivalente a 600 euro ogni anno. Questa somma viene destinata soltanto al fondo negoziale, mentre non è conteggiata nei due prodotti alternativi.
Con tale versamento, il capitale maturato dopo 35 anni raggiunge 207.878 euro nel fondo negoziale. Il risultato scende a 135.157 euro per il fondo aperto e a 121.553 euro per il Pip: le differenze ammontano rispettivamente a 72.721 e 86.325 euro, includendo anche i rendimenti persi sulle somme non versate.
Il confronto tra i prodotti
La prima ipotesi riguarda una persona con una retribuzione lorda annua di 30mila euro, che accantona ogni anno 2.373 euro attraverso Tfr e contribuzione personale. Per tutti i prodotti è stato applicato un rendimento lordo del 4%, prima della deduzione delle spese.
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Dopo dieci anni il capitale stimato è pari a 27.993 euro nel fondo negoziale, 26.659 euro in quello aperto e 25.818 euro nel Pip. Alla scadenza dei 35 anni, i valori diventano 165.925, 135.157 e 121.553 euro: rispetto al fondo negoziale, il divario arriva quindi a 30.768 euro per il fondo aperto e a 44.372 euro per il Pip.
La norma entrata in vigore
La disciplina sulla portabilità è operativa dal 31 ottobre e consente, secondo l’interpretazione contestata dal sindacato, di spostare il contributo del datore anche verso fondi aperti e piani individuali pensionistici assicurativi. Cgil, Cisl, Uil e dodici organizzazioni datoriali sostengono invece che i contratti collettivi continuino a vincolare la destinazione della quota aziendale.
Per la Cgil, le commissioni più elevate dei prodotti aperti e dei Pip sottraggono capitale e riducono la base su cui maturano i guadagni futuri. Il sindacato chiede quindi informazioni chiare sugli effetti economici delle diverse opzioni e collega la contestazione alla manovra, annunciando anche la partecipazione allo sciopero del 20 novembre.
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