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Economia 3 min di lettura13 ore fa

Fiscal drag, il conto arriva a 19,7 miliardi: chi rischia di più

Inflazione, redditi nominalmente più alti e parametri fiscali fermi: così il prelievo cresce senza un aumento reale della ricchezza.

Quasi 20 miliardi di euro in quattro anni: è l’ordine di grandezza delle risorse sottratte a famiglie e lavoratori dal fiscal drag, considerando anche la perdita di alcune agevolazioni. Il meccanismo si attiva quando prezzi e redditi salgono, ma scaglioni Irpef, detrazioni e soglie restano invariati.

Il risultato è paradossale: lo stipendio può aumentare in termini nominali, mentre il potere d’acquisto resta fermo o arretra. In questo passaggio, una quota maggiore del reddito finisce al Fisco e i conti pubblici beneficiano di un gettito aggiuntivo.


La fascia di reddito più esposta

L’Ufficio parlamentare di bilancio ha confrontato l’evoluzione dell’Irpef applicata ai dipendenti privati dal 1990 al 2026. Dall’analisi emerge una soglia indicativa di 35.100 euro lordi annui, calcolata ai prezzi del 2026: sotto questo livello il sistema attuale risulta nel complesso meno pesante rispetto a quello del 1990, mentre oltre la cifra il carico reale diventa maggiore.

Nel confronto con un sistema completamente adeguato all’inflazione, la fascia compresa tra 32mila e 45mila euro appare quella più penalizzata. Per i redditi tra 10mila e 32mila euro, gli interventi recenti hanno compensato più che integralmente il drenaggio; sopra i 45mila euro, invece, lo scostamento tende gradualmente a restringersi. La maggiore esposizione riguarda dunque soprattutto i lavoratori dipendenti con redditi medi e medio-alti.


Quando l’aumento non arricchisce

Il fiscal drag nasce da un disallineamento. Se l’inflazione spinge verso l’alto salari, pensioni o compensi, ma le soglie fiscali non vengono aggiornate nella stessa misura, il contribuente può entrare in una fascia Irpef più onerosa oppure perdere parte delle detrazioni.

Quegli euro aggiuntivi, però, non rappresentano necessariamente una maggiore ricchezza: spesso servono soltanto a sostenere prezzi più elevati. L’incremento del prelievo riduce quindi il recupero del potere d’acquisto. Banca d’Italia definisce questo effetto una “tassa nascosta”, perché il maggior gettito si produce senza una modifica esplicita delle aliquote.

La penalizzazione non è identica per tutti. Tra il 2022 e il 2025 le famiglie composte prevalentemente da pensionati hanno visto il reddito disponibile crescere del 14,3%, una variazione inferiore all’aumento complessivo dei prezzi. Pensionati e autonomi, secondo l’Upb, hanno inoltre beneficiato meno delle compensazioni introdotte negli ultimi anni rispetto ai dipendenti, per i quali sono stati utilizzati detrazioni, bonus e riduzioni contributive.

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Inflazione e salari riaprono il problema

Il rischio potrebbe aumentare se la nuova pressione sui prezzi dovesse consolidarsi. Ad agosto 2026 l’inflazione annua ha raggiunto il 3,3%, dal 2,9% di luglio, mentre quella acquisita per l’intero anno è arrivata al 2,9%, secondo gli ultimi dati Istat.

Nello stesso periodo la crescita delle retribuzioni è rimasta più contenuta: tra gennaio e giugno 2026 l’aumento medio dei salari contrattuali orari è stato del 2,6% rispetto ai primi sei mesi del 2025; a giugno la variazione annua era del 2,4%. L’Upb avverte che il drenaggio, finora corretto con interventi fiscali decisi di volta in volta, “potrebbe riproporsi con rinnovata intensità” se l’inflazione dovesse accelerare ancora.


Il vantaggio per le casse pubbliche

Le simulazioni di Banca d’Italia stimano in quasi 18 miliardi il prelievo aggiuntivo prodotto dal fiscal drag negli ultimi quattro anni. L’effetto si è intensificato dal 2023, quando salari e altri redditi hanno iniziato a recepire, con ritardo, l’impennata dei prezzi registrata nel 2022.

Se al calcolo si aggiunge la cosiddetta benefit erosion, cioè la riduzione o la cancellazione di prestazioni e agevolazioni dovuta al superamento di soglie rimaste ferme in termini nominali, il totale riferito al periodo 2022-2025 sale a 19,7 miliardi di euro.

Nello scenario ipotetico elaborato dagli economisti Leonzio Rizzo e Alberto Zanardi, quelle risorse sarebbero rimaste a disposizione delle famiglie se il sistema tributario avesse seguito integralmente l’aumento nominale dei redditi. Il fenomeno viene quindi descritto come uno spostamento di ricchezza dai contribuenti al bilancio dello Stato.

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