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Economia 3 min di lettura1 ora fa

Fiere, la svolta dei fondi: perché l’Italia rischia di restare indietro

Quattro grandi gruppi sono passati di mano in appena otto settimane, mentre il modello italiano legato ai territori valuta come affrontare la nuova fase

In soli due mesi il comparto fieristico internazionale ha attirato una quantità di capitali mai vista negli ultimi anni. Il movimento coinvolge soprattutto i gruppi anglosassoni e statunitensi, mentre l’Italia, pur avendo un sistema tra i più rilevanti al mondo, non è ancora entrata in questa partita.

Il paradosso è che le fiere stanno vivendo una fase di espansione dopo essere state considerate, durante la pandemia e negli anni successivi, un modello destinato a perdere centralità. La tecnologia, compresa l’intelligenza artificiale, non ha cancellato gli eventi in presenza: in molti casi li sta rendendo più efficienti e persino più desiderati.

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I fondi hanno cambiato passo

Tra maggio e giugno sono state concluse quattro acquisizioni riguardanti dieci tra i maggiori operatori fieristici globali, con l’esclusione dei gruppi tedeschi. A essere ceduti sono stati CloserStill e Hyve, con sede nel Regno Unito, oltre agli statunitensi Group Emerald e Questex.

Tre di queste operazioni hanno raggiunto valori compresi tra 1,5 e 1,8 miliardi di dollari e figurano tra le quattro transazioni più consistenti mai realizzate nel settore. Corrado Peraboni, amministratore delegato di Italian Exhibition Group, ha sintetizzato così la portata del fenomeno: «In pochi mesi si è mosso più capitale che negli ultimi otto anni in termini di acquisizioni e fusioni».

La nuova ondata finanziaria sta aumentando la concentrazione dell’industria e pone il tema della scala anche per gli operatori europei. Secondo Peraboni, la dimensione dei gruppi è diventata una questione decisiva non soltanto per l’Italia, ma anche per la Germania, che pure dispone di realtà più grandi e sta cercando una risposta al processo in corso.


L’Italia difende il suo modello

Il mancato coinvolgimento italiano e tedesco nelle recenti operazioni dipende dalla struttura dei rispettivi mercati. I gruppi britannici e statunitensi interessati dalle acquisizioni lavorano soprattutto nell’organizzazione di manifestazioni rivolte alle imprese, mentre in Italia e Germania il sistema ruota in larga misura intorno ai quartieri espositivi e alle associazioni industriali.

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Questa impostazione lega le fiere alla promozione dei territori e dei comparti produttivi locali. Francesca Golfetto, docente di strategia di mercato all’Università Bocconi ed esperta del settore, osserva che «è difficile che le società italiane, quartieri o associazioni che siano, decidano di vendere o aprire a capitali esteri».

Italia e Germania occupano rispettivamente il quarto e il terzo posto nel mondo per volumi e numero di visitatori. Tuttavia, la loro maggiore attenzione agli interessi territoriali rende meno immediata l’apertura a investitori internazionali, proprio mentre il mercato globale sembra premiare aggregazioni e operatori di grandi dimensioni.


La ripresa passa anche dall’intelligenza artificiale

I risultati più recenti mostrano comunque un settore nazionale in buona salute. Nel 2025, secondo le stime Prometeia-Aefi, il fatturato delle imprese fieristiche italiane ha toccato 2,1 miliardi di euro: il dato è cresciuto del 10% rispetto al 2024 e del 35% in termini reali rispetto al 2019, una volta sottratto l’effetto dell’inflazione cumulata.

L’espansione è proseguita anche nei primi sei mesi dell’anno, nonostante le tensioni geopolitiche internazionali. Le tecnologie che sembravano poter sostituire gli incontri fisici vengono ora utilizzate per migliorare i servizi e ampliare l’offerta; allo stesso tempo, l’intelligenza artificiale sembra accrescere il desiderio di esperienze dal vivo, sia nel mondo degli affari sia nel tempo libero.

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