Ex Ilva, lo stop è ormai inevitabile: impianti verso la chiusura
Acciaierie d’Italia lega il blocco ai provvedimenti dei tribunali e alla fine delle scorte necessarie per alimentare la produzione.
La gestione commissariale di Acciaierie d’Italia ha dovuto avviare la fermata progressiva degli impianti. Per la società si tratta di una «decisione dolorosa, ma inevitabile», assunta dopo l’esaurimento delle possibilità di intervento giudiziario e operativo.
I ricorsi non hanno evitato il blocco
Il primo ricorso presentato alla Corte d’Appello di Milano è stato respinto l’11 settembre. Analoga sorte ha avuto, il 5 ottobre, la richiesta di mantenere almeno in preriscaldo gli altiforni fino all’esame della Corte di Cassazione.
L’udienza davanti alla Cassazione è stata fissata per il 20 ottobre e riguarda i ricorsi straordinari proposti da Ilva e da Acciaierie d’Italia contro il provvedimento che impone la fermata. Nel frattempo, secondo l’azienda, non sono rimasti ulteriori strumenti per rinviare le conseguenze delle decisioni dei giudici.
Il vincolo dei novanta giorni
La società attribuisce l’arresto delle attività agli obblighi derivanti dal decreto emesso il 27 luglio dal Tribunale di Milano e alle scadenze stabilite successivamente dalla Corte d’Appello. La produzione avrebbe dovuto essere organizzata tenendo conto del termine di 90 giorni previsto per l’interruzione dell’area a caldo.
Acciaierie d’Italia sostiene inoltre che gli acquisti di materie prime siano stati ridotti fino a cessare, poiché la prospettiva del fermo rendeva impossibile programmare nuovi approvvigionamenti destinati alla produzione. La combinazione tra vincoli giudiziari e assenza di materiali ha quindi accelerato la sospensione delle attività.
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Taranto si ferma a tappe
A Taranto sono già stati arrestati l’agglomerato, utilizzato per preparare i minerali, e l’acciaieria 2. Anche l’altoforno 2 è stato messo in preriscaldo, una condizione che precede la sospensione dell’operatività ordinaria.
Il rallentamento coinvolgerà poi gli stabilimenti liguri, che ricevono da Taranto i materiali necessari alle proprie lavorazioni. La società prevede che il loro arresto possa avvenire entro la metà di novembre, completando l’effetto a catena della fermata dell’impianto pugliese.
Prescrizioni giudicate irrealizzabili
Al centro del provvedimento della Corte d’Appello c’erano anche la riduzione delle emissioni di PM10 e PM2,5 e la rimozione dell’amianto presente nei cowpers degli altiforni. Per l’azienda, però, le prescrizioni non erano concretamente attuabili nell’arco temporale concesso dai giudici.
Nonostante queste difficoltà, la società afferma di aver cercato di mantenere attiva la produzione il più a lungo possibile. Prima della fermata sono stati depositati due ricorsi, con l’obiettivo di individuare una soluzione che consentisse di proseguire l’attività oltre il termine fissato.
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