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Economia 2 min di lettura1 ora fa

Pnrr, la sfida del dopo: Confindustria punta su 25 miliardi privati

Maurizio Tarquini chiede un nuovo piano per sostenere gli investimenti quando il Pnrr perderà slancio, senza aumentare il debito pubblico.

Il bilancio definitivo del Pnrr resta legato a una domanda ancora senza risposta: gli interventi realizzati riusciranno a rendere permanente l’aumento della produttività italiana? Per Confindustria, il giudizio sul Piano non può dirsi completo finché non sarà chiaro se le risorse impiegate avranno prodotto effetti economici e sociali duraturi.

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Il nodo è trasformare gli investimenti

Maurizio Tarquini, direttore generale di Confindustria, considera comunque positivo il percorso compiuto finora. A suo avviso, la pubblica amministrazione ha affrontato con risultati soddisfacenti un programma molto ampio e vincolato da scadenze rigide, migliorando anche la gestione dei pagamenti e riducendo alcuni ritardi della giustizia.

Il Pnrr ha inoltre sostenuto gli investimenti e contribuito a rendere più efficiente il funzionamento della macchina pubblica. Resta però da verificare se riforme e opere abbiano inciso soltanto sulla fase di attuazione oppure se siano riuscite a rafforzare stabilmente la capacità di crescita del Paese.


Conti pubblici, niente nuovo debito

Per mantenere attiva la spinta agli investimenti, secondo Tarquini non si può ricorrere a un ulteriore aggravio dei conti dello Stato. Il deficit è al 2,9% del Pil, gli interessi assorbono il 4,1% del Pil e l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo potrebbe arrivare nel 2027.

In questo quadro, Confindustria condivide la cautela adottata dal Governo. Il direttore generale avverte che compromettere il risanamento finanziario avrebbe costi superiori ai benefici e considera quindi necessario trovare risorse alternative per accompagnare la crescita.

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La proposta sui risparmi privati

La soluzione indicata dall’associazione degli industriali è un nuovo piano, definito da Tarquini «un Pnrr 2.0», capace di collegare maggiormente il risparmio privato agli investimenti pubblici. Sui conti correnti degli italiani ci sarebbero circa 1.500 miliardi con rendimento nullo, mentre altri 400 miliardi sarebbero custoditi nei fondi previdenziali.

Con incentivi e disincentivi mirati, una quota di queste somme potrebbe essere indirizzata verso l’economia reale. Secondo la stima illustrata da Tarquini, lo spostamento dell’1% dai conti correnti e del 2,5% dai fondi pensione consentirebbe di mobilitare 25 miliardi di euro, offrendo un sostegno rilevante agli investimenti.


Il rallentamento atteso nel 2027

L’effetto del Pnrr sulla crescita è stato finora consistente: senza il Piano, le simulazioni del centro studi di Confindustria indicavano una fase di stagnazione nel biennio 2025-2026. Per il 2026, inoltre, il programma dovrebbe valere circa metà dell’espansione prevista, con un contributo stimato dall’Upb in circa 0,5 punti percentuali.

Quando il Piano arriverà alla conclusione, nel 2027, la spinta agli investimenti sarà più debole. Tarquini descrive il passaggio come una riduzione dell’accelerazione, non come un crollo, ma segnala i rischi per costruzioni, infrastrutture, riqualificazione energetica, filiere dell’energia e rigenerazione urbana: i comparti più dipendenti da incentivi e commesse legate al Pnrr potrebbero entrare in difficoltà per primi.

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